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Discussione: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

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    Specter L'avatar di Stella Sirius
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    New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    La mia testa è un frullatore, non ci posso fare nulla. Ed è da un po' che questa gira...in realtà, è ancora un'accozzaglia di idee piuttosto fumosa, nata dal fatto che durante uno dei miei tanti trip mentali ho provato ad immaginarmi un'Athena reincarnata che fosse un po' come una Sasha moderna. Dato che non potevo inserirla nel contesto della Serie Classica, ho pensato bene di crearle un intero nuovo mondo attorno...

    Ma siccome sono una nostalgica, i richiami alla Serie Classica dovevo farli.

    Dalla nebbia del mio folle cervello si sono un po' delineati, finora, solo i Gold. Gli altri, spero e prego, arriveranno di conseguenza.

    Ora posto quello che sarebbe il prologo di questa eventuale long (l'aggettivo è d'obbligo, conoscendomi), per il semplice fatto che ho bisogno di un'opinione spassionata da parte vostra. Quindi, fatevi sotto e linciatemi, se necessario.

    -o-
    Prologo

    Estate 2090, Atene


    La notte era oramai inoltrata, su Atene. La capitale della Grecia brulicava ancora di persone che entravano e uscivano dai locali, ridendo e scambiandosi saluti. Auto con carrozzerie lucide e multicolori sfrecciavano per le strade, mentre fari, lampioni e insegne pubblicitarie illuminavano a giorno la città, mentre il Partenone sovrastava tutto dalla cima dell’Acropoli, come un silenzioso gigante che osserva, immutabile ed immutato, il mondo che cambia ai suoi piedi. Una cupola di materiale trasparente e tecnologicamente all’avanguardia proteggeva i templi e le statue, per impedire che il nobile marmo diventasse misero gesso.

    Oltre l’Acropoli, tra le montagne, un piccolo paese incastrato tra le rocce sembrava l’ultima roccaforte della civiltà moderna prima di un enorme buco nero, senza luci e senza case. Ma a Rodorio, questo il nome del borgo, dove gli abitanti parlavano ancora l’ormai desueto dimotiki, quel vuoto rappresentava un segreto custodito con devozione, l’ultimo scampolo di un mondo antico ed eterno, di cui il paese era nascondiglio e passaggio.

    Montagne ripide e quasi impossibili da scalare circondavano una valle disabitata, a nasconderla dagli occhi indiscreti. Una rupe si elevava di più su tutte le altre, uno spuntone di roccia quasi verticale, come una colonna piantata da un gigante, separata dal resto della catena. Sulla sua cima, un tempietto circondato da slanciate e sottili colonne ioniche si affacciava sulla valle e su tutto ciò che la circondava.

    Mentre ad Atene, a qualche chilometro di distanza, il cielo notturno non era che un anonimo telo nero, lì, data l’assoluta assenza di luci artificiali, era un manto di velluto trapunto di gemme e diamanti a sovrastare la valle e i monti. La Via Lattea tagliava in due la volta come un violento tratto di pennello, mentre nebulose e costellazioni si disperdevano pian piano, luccicando e disegnando figure immaginifiche che raccontavano storie antiche come il mondo.

    Il silenzio quasi di tomba era rotto solo dallo stridio della civetta e dal fruscio di un tessuto pesante sul pendio della colonna di roccia. Alla sola luce delle stelle, un uomo vestito con un abito lungo, scuro come la notte e dalle maniche ampie saliva piano, ma a passo sicuro. Tre giri di una collana di pietre dure tintinnavano sul suo petto e una treccia di lunghi capelli gli cadeva sulla schiena. Un elmo decorato gli nascondeva il volto, una civetta ad ali spiegate scolpita sulla sua sommità.

    Quando l’uomo giunse all’altezza del tempio, la Via Lattea era ormai allo zenith e il cielo era nel pieno del suo splendore. Egli alzò lo sguardo verso la volta celeste e un piccolo sorriso apparve sul suo volto, prima di avanzare ancora e aprire la porta del tempietto, con la sola pressione di una mano rugosa e pallida.

    L’interno del tempio era accogliente e così piccolo che bastavano due torce ad illuminarlo. Scaffali colmi di rotoli e libri erano addossati alle pareti, un tavolo al centro della stanza ospitava un astrolabio e altri strumenti astronomici che ad Atene sarebbero finiti in un museo. Su un angolo, un lungo bastone di legno scuro con una punta di bronzo prezioso, retta da una Nike alata d’oro, riluceva di potenza latente. Un’apertura sul soffitto lasciava intravedere un ampio spazio di cielo.

    La luce metteva in mostra i bordi scarlatti della sopraveste blu dell’uomo, il colore grigio dei capelli e la lamina d’oro dell’elmo. Egli si mosse lentamente verso la scrivania, carezzando il bordo del legno d’ulivo con le dita. L’occhio gli cadde sulla lancia antica, che sembrò brillare per un attimo di luce propria. L’uomo chinò la testa, con reverenza, prima di sedersi su un ampio sgabello nascosto da una pila di libri e togliersi l’elmo, poggiandolo accanto all’astrolabio. Il viso orientale era solcato di rughe e circondato da lisce ciocche grigie, sfuggite alla treccia. Occhi verde scuro lanciarono attorno a sé uno sguardo stanco ma ancora acuto, prima di posarsi definitivamente sulle stelle all’esterno.

    “Che segreti intendi svelarmi, questa notte, Maestro?” Sussurrò l’anziano, in cinese, puntando gli occhi sulla costellazione della Bilancia.

    Shiryu del Dragone, Santo di Athena Glaucopide, osservava le stelle in cerca di notizie e risposte alle sue domande, come ogni notte, da oramai dieci anni. Viveva nell’antico Santuario della Dea da tempo, da quando Lei, prima di tornare all’Olimpo, l’aveva nominato Grande Sacerdote, affidandogli il futuro del suo culto, il futuro dei Cavalieri. Era rimasto solo per molto tempo, nella Tredicesima Casa, guardando il mondo cambiare senza esserne coinvolto, mantenendo vivo il ricordo dei guerrieri suoi compagni, percependo i suoi capelli perdere colore e la sua pelle afflosciarsi, trovando conforto nelle costellazioni amiche che da giovane erano state la sua forza.

    Ma da qualche tempo, Shiryu aveva sentito il Cosmo farsi irrequieto. Le stelle del Dragone, che l’avevano protetto fin da quando aveva quattordici anni, avevano iniziato a fremere nel suo cuore e a ruota le avevano seguite anche quelle della Bilancia, le stelle del suo Roshi, che poi erano diventate sue. Poi le altre, per prime le Dodici dello Zodiaco, avevano iniziato a splendere in modo diverso nel cielo notturno.

    Shiryu aveva imparato che cosa significava: le stelle fremevano solo prima di una Guerra, quando sceglievano un protetto che usasse il loro potere al servizio di Athena. La cosa lo spaventava, perché secondo ciò che gli era sempre stato insegnato, la Glaucopide scendeva sulla Terra quando si avvicinava il pericolo di Hades, ma questo non aveva più senso. Ricordava con estrema chiarezza il momento in cui lo scettro di Nike, che ora riposava alle sue spalle, aveva trapassato il corpo mitologico del Signore degli Inferi, distruggendone il regno e la minaccia.

    Il Grande Sacerdote scrutò gli astri, riportando sulle carte la posizione dei pianeti e delle costellazioni, interpretando i segni e i presagi. Guardando il quadrato di Pegasus stagliarsi alto sulla volta celeste, Shiryu sorrise. Fissando il cielo si era reso conto di quanto la costellazione somigliasse al suo ultimo custode.

    Seiya, il Cavaliere più vicino ad Athena, il suo migliore amico. Non era arrivato a vedere i propri capelli ingrigirsi; il colpo della spada di Hades l’aveva ucciso lentamente. Si era spento a trentacinque anni, circondato dai compagni di tante battaglie e dalle donne della sua vita: la sorella Seika, tanto cercata; Marin dell’Aquila, la rispettata maestra; Shaina dell’Ofiuco, la guerriera che tanto lo aveva amato; e Saori, la sua Dea, la fanciulla per cui aveva offerto la vita.
    Il ricordo era così nitido che a volte Shiryu dimenticava che, dal giorno della morte di Seiya, era passata, letteralmente, una vita. Athena, designandolo come Grande Sacerdote, gli aveva concesso una longevità fuori dal comune, anche se non con il Misopethamenos. Il Custode delle armi della Bilancia aveva vegliato sui suoi amici e sulla sua famiglia, finché il tempo non aveva fatto le sue vittime.

    Shunrei, la sua adorata moglie, era morta e i loro figli dovevano essere ormai vecchi; Shiryu ogni tanto scrutava il cielo ad Est, verso i Monti Lu, chiedendosi se i suoi nipoti (e chissà, forse persino pronipoti) stessero bene. Una ventina d’anni prima aveva percepito il Cosmo potente ma gentile di Shun spegnersi serenamente, ritornando ad Andromeda e lasciando le vestigia della Vergine senza custode. Aveva raggiunto June del Camaleonte, la donna con cui si era costruito una vita dopo la Guerra Sacra, morta prima di lui. Hyoga si era ricongiunto ai ghiacci eterni e ai suoi cari ancora prima, ma era comunque resistito più a lungo di molti esseri umani, in quelle terre. Guardando la costellazione del Cigno, Shiryu spesso si immaginava il russo nell’Eterno Limbo che era diventato l’oltretomba dopo la morte di Hades, sereno assieme alla madre, ad Isaak, al maestro Camus.

    L’unico di cui non aveva notizie certe era Ikki. La Fenice continuava a brillare pacata in cielo e il suo Cosmo di fuoco si era indebolito, ma mai spento, in tutti quegli anni… Certe volte Shiryu era tentato di provare a mettersi in contatto con lui, anche solo per parlare con qualcuno di familiare.

    -o-

    “Marte è molto brillante… troppo brillante.” Sussurrò Shiryu, con voce arrochita. I suoi occhi si assottigliarono sul pianeta rosso che illuminava di colore sanguigno il blu della notte. Solo Antares, il cuore dello Scorpione, cercava di contrastarne l’inquietante bagliore.

    Marte era foriero di guerra. Questo, combinato con il fermento di Cosmi che faceva tremare la barriera di Athena, fece venire la pelle d’oca al Dragone. Cercò con gli occhi la Stella Polare, che secondo tutte le memorie dei precedenti Grandi Sacerdoti cambiava posizione in cielo quando una nuova minaccia stava per abbattersi sulla Terra.

    Gli si bloccò il fiato in gola quando la vide su coordinate diverse da quelle della sera prima.

    Si lasciò sfuggire una pesante imprecazione in giapponese, la sua lingua natale. Ricorrere al turpiloquio non faceva parte del suo carattere, ma l’umana frustrazione di fronte ad un nuovo, ennesimo pericolo per la Terra aveva avuto il sopravvento sul suo temperamento solitamente pacato.

    Il Grande Sacerdote si passò una mano sulla fronte, sospirando affranto. Un’altra Guerra Sacra; nuovi Santi da addestrare, una nuova serie di morti e sofferenze… Pensava di averne visti abbastanza per una vita intera, da ragazzo, quand’era stato lui stesso uno di quei guerrieri. Evidentemente, il Fato intendeva ancora giocare con lui, prima di lasciargli raggiungere il Maestro, gli amici e Shunrei.

    “Chi diavolo sarà, questa volta? Poseidone, stavolta nel pieno dei suoi poteri? O magari Hera, per vendicare chissà quale antica offesa?”
    Pensò Shiryu, lambiccandosi il cervello per cercare, tra le sue nozioni di mitologia, qualcuno che potesse avere conti in sospeso con la Tritogenea.

    Un nome gli attraversò i pensieri, fulmineo come il colpo prediletto di Aiolia.

    Un brivido lo scosse.

    “Ares”


    Il Dio della Guerra, vendicativo e sanguinario, colui che più di tutti, tra gli Olimpi, aveva motivi di rivalità con Athena.
    Gli occhi verdi del Sacerdote volarono al pianeta rosso e il suo bagliore assunse il tono di un sinistro presagio.

    Da quello che Dohko di Libra gli aveva narrato, l’ultima volta che Athena e i suoi Santi avevano combattuto contro Ares era stato all’epoca del Mito, l’unica occasione in cui tutte le dodici armi della Bilancia erano state brandite in battaglia. La Glaucopide aveva sigillato il nemico con tanta forza che il Dio non si era più reincarnato, nei secoli a seguire.
    Shiryu si voltò a guardare lo scettro di Nike.

    “Possibile che il sigillo su Ares abbia perso efficacia? Possibile che si stia risvegliando?” Sussurrò, come se l’oggetto potesse rispondergli.

    L’unica replica che ottenne fu un baluginio del bronzo e dell’oro. Shiryu si morse un labbro, pensieroso e preoccupato, spostando di nuovo lo sguardo sulle stelle, che nel frattempo stavano ormai tramontando, per lasciare spazio al nuovo giorno.

    All’improvviso, una stella cadente squarciò l’ultimo buio della notte, lasciando una scia argentata dietro di sé; nel suo percorso, attraversò la costellazione di Pegasus, scomparendo poi nello spazio tra Sagittario e Capricorno.

    Un sorriso si allargò spontaneo e inatteso sul volto dell’anziano guerriero.

    “Aiolos, Shura, Seiya… Grazie”
    Pensò Shiryu, percependo il proprio Cosmo risvegliarsi come da un lungo sonno. Le stelle del Drago e della Bilancia brillarono un po’ più forte, in risposta.

    Lo scettro, dietro di lui, prese a splendere di luce propria: i bagliori dorati che emanava non erano intensi, ma l’impronta di Cosmo che da essi proveniva era inconfondibile per chiunque avesse combattuto accanto ad Athena.

    Il sorriso di Shiryu si fece gioioso e gli occhi si illuminarono, quasi ringiovanendo il suo viso.

    “Ora so cosa fare, Anissa.” Mormorò allo scettro e alle stelle, alzandosi e rimettendosi l’elmo.

    Non poteva ancora dire per certo che fosse Ares, il nemico; ma ciò non aveva importanza.

    Athena sarebbe tornata presto, per combatterlo e proteggere l’umanità.

    E accanto a lei, ci sarebbe stata la schiera dei Saint, fosse stata l’ultima cosa che Shiryu avrebbe fatto nella vita.

    Quando uscì dal tempio, il cielo si era ormai tinto di rosa e il sole faceva capolino dalle montagne. I raggi dorati si insinuarono tra i passi e i dirupi, illuminando la valle sottostante.

    Casupole, arene con spalti di pietra, sentieri sterrati emersero come da un sogno. Sopra di esse, sul versante della montagna, una maestosa scalinata, intervallata da tredici templi, di forma diversa ma di pari imponenza, candidi del marmo più puro. Dietro all’ultimo, visibile solo dall’alto, Athena signora guardava in basso, con occhi benevoli, l’alata Vittoria in una mano, lo scudo possente nell’altra.

    Shiryu socchiuse gli occhi, godendo del tepore del mattino sulla pelle, prima di scendere a valle.

    Era tempo che il Santuario risuonasse di nuovo di vita e di stelle.



    A voi i commenti, signore e signori.
    "Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo cominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle" (Carl Sagan, Cosmo)
    New Wars, New Times (titolo provvisorio)New Wars, New Times (titolo provvisorio)

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    Specter L'avatar di Altea
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Ti prego, continua questa storia!!!! Prologo bellissimo, che ti cattura e poi scritto molto accuratamente, complimenti! Un piccolo momento di tristezza per il ricordo dei cavalieri di bronzo non più presenti (si, commozione anche per Seiya, il che è tutto dire! ) e poi una gran voglia di scoprire i nuovi eroi che affronteranno questa nuova impresa!

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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Kurumada doveva chiedere a te di scrivere legend of sanctuary... Sei bravissima... Allora io proporrei di delineare x ora i 12 gold e poi passare ai bronze oppure far combattere solo i gold contro l esercito di Ares o ancora spostare tt l ambientazione in un luogo in cui possano combattere i bronze e essere aiutati a mano a mano a seconda dell avversario da un nuovo gold del Leone fiero e testardo o dal gold della Vergine che possa combattere alla pari con il comandante della prima legione di Ares... Fammi sapere che ne pensi e se vuoi, io son pronto ad aiutarti nella stesura

  4. Top | #4
    Specter L'avatar di Stella Sirius
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    @Altea, sei un tesoro! Povero Seiya, comincia a farmi tenerezza dopo tutta 'sta botta di odio...detesto dirlo, ma mi serviva morto, per gli eventi che ho in testa (e per quel po' di coerenza che almeno noi fan vorremmo ci fosse...se si dice praticamente ovunque che il Santo di Pegasus rinasce con Athena, non potevo lasciare che Seiya servisse due reincarnazioni diverse, no?); gli ho concesso di vivere piuttosto a lungo, considerando che il Kurumatto gli dà tre giorni al massimo in ND!
    @Camus dell acquario Gentilissimo! Anche troppo...le mie abilità di sceneggiatrice deficitano enormemente, altrimenti non sarei piena zeppa di idee senza capo né coda! Hai fatto un sacco di proposte! Vedremo come andrà!
    "Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo cominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle" (Carl Sagan, Cosmo)
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Citazione Originariamente Scritto da Stella Sirius Visualizza Messaggio
    @Altea, sei un tesoro! Povero Seiya, comincia a farmi tenerezza dopo tutta 'sta botta di odio...detesto dirlo, ma mi serviva morto, per gli eventi che ho in testa (e per quel po' di coerenza che almeno noi fan vorremmo ci fosse...se si dice praticamente ovunque che il Santo di Pegasus rinasce con Athena, non potevo lasciare che Seiya servisse due reincarnazioni diverse, no?); gli ho concesso di vivere piuttosto a lungo, considerando che il Kurumatto gli dà tre giorni al massimo in ND!
    Comunque, spero di leggere presto il seguito!

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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Sto aspettando... Ma qnd arriva il proseguo della storia? Daiiiiii che non sto più nella pelle.... Daiiiiii

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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Siccome oggi è il mio compleanno e sono una persona generosa, vi posto il primo vero capitolo... Vi consiglio di procurarvi uno spuntino o una bevanda prima di mettervi a leggere. Sono più di dieci pagine di Word, regolatevi!

    Capitolo 1

    Autunno 2090, Rodopi Occidentali, Bulgaria


    Il paesaggio di montagna era una tavolozza di colori caldi, dal cielo infuocato dal tramonto agli alberi dalle foglie morenti, che un vento freddo ma leggero faceva fluttuare poco al di sopra del sottobosco. Nonostante l’urbanizzazione, quel luogo non sembrava essere mai stato toccato dalla mano dell’uomo; l’unico agglomerato di abitazioni nelle vicinanze era un villaggio di poche anime, che vivevano in armonia con la natura che li circondava. Solitamente, si potevano udire solo il canto degli uccelli, i versi degli animali e lo scrosciare dell’acqua.

    Eppure, da qualche tempo il silenzio nelle valli e nelle foreste s’era fatto opprimente; gli abitanti della zona erano costantemente pervasi da un senso di timore che li attanagliava non appena si allontanavano dalle loro case e nessuno osava uscire dopo il calar del sole. Gli anziani che narravano storie di mostri e creature della notte sembravano improvvisamente dei profeti persino agli occhi dei più cinici e razionali.

    Il sole era ormai disceso al di là della linea dei monti e le ombre avevano già inghiottito buona parte della foresta quando tre figure coperte da mantelli scuri apparvero come dal nulla tra gli alberi. Il Goljem Perelik rimase l’unico testimone di quell’inquietante apparizione, che aveva zittito persino il vento e il torrente.

    I lunghi tessuti neri sembravano fluttuare di propria volontà, mentre i tre camminavano senza neanche far scricchiolare le foglie a terra. L’erba non si piegava, ma sembrava farsi più giallastra al loro passaggio.

    I tre continuarono ad addentrarsi con sicurezza nella foresta, fino all’apertura di una caverna, nascosta dall’edera, sulla parete di roccia. Nessuno ci si avvicinava da anni, nemmeno gli animali, perché da quella grotta proveniva una strana, terribile vibrazione, che faceva scattare tutti gli istinti di fuga di qualunque essere vivente in grado di muoversi.

    La figura più bassa e minuta delle tre fece un passo avanti, allungò la mano e, senza quasi toccarla, sradicò tutta l’edera, lasciando l’ingresso completamente sgombro. I tre presero un respiro profondo, lasciandosi pervadere da quella sensazione di inquietudine e paura che usciva dalla grotta, intensificandosi.

    “E’ qui. Non ci sono dubbi.” Sussurrò la figura più alta, con una voce mascolina e profonda che sembrava provenire dai recessi di un abisso. Gli altri due annuirono.

    “Andiamo.” Pronunciò la figura più bassa, con una voce femminea ma roca, come di chi ha fumato troppe sigarette.

    I tre si infilarono nell’apertura senza indugi, incuranti del buio e del freddo che impregnavano la grotta.

    I loro passi echeggiavano allo stesso ritmo delle gocce d’acqua che cadevano dalle stalattiti; si muovevano con estrema sicurezza nell’oscurità più completa, come se potessero vedere perfettamente il cammino di fronte a loro. Nonostante la grotta fosse contorta come un labirinto, si facevano guidare dalle vibrazioni del Cosmo oscuro che li avvolgevano, cercando di raggiungerne il cuore.

    Dopo un tempo indefinibile passato a camminare chinati per evitare gli spuntoni calcarei che pendevano dal basso soffitto dei cunicoli, i tre sbucarono in un ambiente molto più ampio, dove l’acqua scorreva più libera, sotto forma di ruscello. In quel luogo il Cosmo oscuro era talmente intenso da essere quasi percepibile al tatto. Il sussurro della voce femminile si trasformò in un’eco, mentre attirava l’attenzione di uno dei suoi compagni.

    “Phobos. Fa’ luce.”

    La figura che non aveva mai parlato annuì appena, poi allungò una mano davanti a sé.

    Nel tempo di un battito di ciglia, dalle sue dita lunghe era scaturita una fiamma purpurea, che scoppiettando illuminò la cattedrale calcarea in cui si trovavano. La luce del fuoco si riverberò sulla roccia candida, dando all’intera grotta un aspetto decisamente sinistro.

    Il creatore della fiamma usò la sinistra per abbassare il cappuccio del suo mantello. Alla luce si rivelò il volto di un giovane uomo, dai tratti regolari e la pelle chiara; i capelli, castano scuro, erano lisci e tenuti corti, in un taglio semplice. Gli occhi, nerissimi, avevano uno sguardo intenso e pietrificante. Mentre si guardava attorno, una smorfia di disgusto alterò i suoi lineamenti. Il suo Cosmo, nero come un abisso, vibrò sottopelle, facendo ondeggiare la fiamma.

    “Che luogo disgustoso… E il nostro Signore è stato qui per tutto questo tempo?!” Sibilò, la voce come una lama di ghiaccio tagliente.

    “Non per molto, Phobos… Contieniti.” Gli rispose la donna, scoprendo la testa. Una massa di capelli color ebano circondava un volto sottile, quasi da bambina, ma con labbra sottili e zigomi marcati. Voltandosi verso il suo interlocutore, la fiamma le illuminò gli occhi, mettendo in terribile risalto le venature sanguigne nell’iride bruna. Benché fosse abbondantemente più bassa dei suoi compagni, emanava un carisma ed un’autorità tali che i due rimanevano sempre un passo indietro e le obbedivano quasi senza discutere.

    Il più alto abbassò a sua volta il cappuccio, scuotendo un poco i capelli castano chiaro che gli intralciavano la vista. I suoi occhi gialli, con la pupilla verticale come quelli di un gatto, ispezionarono le pareti di roccia che li circondavano, alla ricerca dell’origine del Cosmo oscuro che li aveva condotti fino a lì. Quando si posarono sul punto cercato, un sorriso da predatore gli deformò i lineamenti virili e marcati, prima che la sua profondissima voce risuonasse cupa nell’aria. “E’ lì.”

    Gli altri due si voltarono per seguire con gli occhi la mano tesa del loro compagno. La donna emise un sibilo di soddisfazione, mentre lo sguardo del giovane con la fiamma si fece ancora più intenso, come di un cane che avvista la preda.

    A pochi passi alla loro sinistra, vi era un punto in cui la roccia era talmente impregnata di quel Cosmo da essere diventata nera, con venature scarlatte che le davano un aspetto sanguinolento. I tre potevano sentirlo pulsare, smanioso di uscire ed espandersi. Nel punto in cui il rosso era più concentrato si poteva distinguere un sigillo: consumati dal tempo e dall’acqua, i fregi che ne indicavano l’origine erano a malapena intelligibili, ma i tre sapevano benissimo che cosa vi era raffigurato.

    Una civetta in volo, che teneva nel becco un ramo d’ulivo. Sotto alla coda dell’animale, un’incisione ancora leggibile. Un nome.

    Ἀϑηνᾶ.

    Gli occhi dei tre lampeggiarono d’odio alla vista di quella parola e i loro Cosmi, come braci sopite a cui improvvisamente venga restituito nutrimento, si espansero in lingue infuocate di carminio, nero e scarlatto. Il Cosmo oscuro pulsò più veloce, nel riconoscere presenze ad esso familiari.

    “Vuoi avere tu l’onore, Deimos?” Disse la donna, rivolgendosi al compagno più alto. Il colore dei suoi occhi era visibilmente rivolto al cremisi.

    Il sorriso di quest’ultimo si allargò, in un’espressione che avrebbe tolto qualche anno di vita anche al più coraggioso degli uomini. “Sarà un piacere!”

    Chiuse la mano destra a pugno e su di questo apparvero nere fiamme; il suo Cosmo vermiglio vibrò nell’aria per pochi istanti, poi un colpo rapidissimo centrò in pieno il sigillo, crepandolo in molti punti.

    Per il tempo di un respiro non parve accadere nulla. Poi, all’improvviso, il sigillo si ridusse in cenere e un lampo di luce rosso scuro costrinse i tre a chiudere gli occhi.

    La roccia, sotto il peso delle vibrazioni non più trattenute, franò fragorosamente, liberando un’altra ondata di energia opprimente come un macigno. La fiamma di Phobos si spense come una candela, inutile di fronte a tanta potenza. I mantelli si sollevarono in un turbinio di stoffa dietro le loro schiene.

    Abituatisi alla luce violenta, i tre sorrisero di una malsana gioia di fronte allo spettacolo che si parò loro davanti: un’armatura, splendente di bronzo e d’oro scuro, stava perfettamente composta, lucida come appena uscita dalla fonderia, decorata con lingue scarlatte così realistiche da sembrare fuoco. L’elmo chiomato era posato in cima al possente pettorale, il grande scudo intarsiato a bassorilievi rappresentanti tutte le imprese del suo padrone appoggiato sul lato sinistro, la lancia di frassino dall’acuminata punta brunita alla destra. Gli alti schinieri, i guantali e gli ampi spallacci erano a terra, vicino ad alcune scatole, anch’esse sigillate con il nome di Athena. La più grande di queste aveva il sigillo già mezzo spezzato ed era da essa che proveniva il Cosmo rabbioso che li aveva guidati fin lì.

    Senza dire nulla, la donna avanzò e, delicata come se stesse accarezzando un bambino, tolse gli ultimi rimasugli di sigillo che impedivano la completa apertura dell’involucro. Non fece in tempo a guidare il coperchio che questo si spalancò da solo, mosso da una volontà potente ma impalpabile, che cercò rifugio nell’armatura lì accanto.

    Le aperture per gli occhi dell’elmo si illuminarono di rosso sangue e i tre rabbrividirono nel sentire un respiro, profondo e affannoso, risuonare nello spazio di fronte a loro. Rapidi, si inginocchiarono, in segno di riverenza.

    Una voce cavernosa, incorporea ma non per questo meno terrificante, si levò dall’armatura.

    “Deimos, che dispensa terrore… Phobos, che instilla paure, portatori di follia… Siete tornati, figli miei…”

    I due uomini sorrisero un po’ e risposero: “Sì, Divino Padre.”

    Il Cosmo oscuro della divinità si posò sulla donna. “Enio… Signora di guerre, distruttrice di città, compagna di tante battaglie. Sei qui anche tu…”

    “Sì, Divino Ares.” Rispose Enio, la voce quasi commossa.

    “E’ giunto, dunque, il tempo della vendetta… Finalmente Athena pagherà per ciò che mi ha fatto! La ridurrò in cenere e riserverò la medesima fine a quell’irrispettosa schiera di mortali di cui ama circondarsi!” Ringhiò lo spirito di Ares, la voce che si faceva più alta e potente con ogni parola.

    “Ditemi, miei fidati compagni, è ancora intenta a difendere il genere umano?” Chiese in tono febbrile, desideroso di sapere quanto più possibile sulla sua più acerrima rivale.

    “Dopo avervi imprigionato, la Pallade si è scontrata contro Vostro zio Hades, mio Signore… in quella guerra quasi tutti gli Eroi al suo servizio perirono, ma uno di loro, quello protetto da Pegaso, riuscì a ferire il Dio degli Inferi, sconfitto poi dalla Glaucopide. Tuttavia, Egli giurò vendetta, come avete fatto Voi ed essendo degno fratello di Zeus, Athena non riuscì ad imprigionarlo con tanta potenza da impedirgli di reincarnarsi. La dea ha deciso di fare lo stesso ogni volta che lo spirito di Hades decideva di tornare a minacciare la Terra, all’incirca ogni duecentocinquant’anni. Ogni volta, attorno a lei si ricreava la sua schiera di guerrieri, che da qualche generazione si fanno chiamare Santi, o Cavalieri.” Raccontò Phobos.

    “L’ultima guerra contro Hades è stata centotré anni fa, mio Signore. In quell’occasione, Athena è riuscita a penetrare nell’Elisio assieme a cinque dei suoi Santi e ha distrutto il corpo mitologico del Divino Hades, ottenendo la vittoria definitiva. Dopo tale evento, ci sono stati piccoli tafferugli di poco conto, risolti senza nemmeno l’intervento della Glaucopide, il cui spirito è ritornato all’Olimpo quando la vita del suo simulacro mortale si è naturalmente estinta. Ora, per quel che abbiamo potuto constatare, il Santuario vicino ad Atene è vuoto, se non per qualche soldato in addestramento e il Grande Sacerdote, uno dei cinque sopravvissuti.”

    “Athena non è ancora giunta sulla Terra?” Domandò ancora Ares.

    “No, mio Signore. Probabilmente deciderà di reincarnarsi quando percepirà il Vostro risveglio, ma non le sarà tanto facile ritornare umana dopo così poco tempo… Saori Kido, la mortale che ne ospitava lo spirito, è morta neanche quarant’anni fa.” Spiegò Enio, con un sorriso beffardo sulle labbra e un guizzo scarlatto nelle iridi.

    Il Cosmo sanguinario del Dio della Guerra vibrò di una risata malefica.

    “Magnifico… Avrò tutto il tempo per riacquistare la mia forza! Quand’anche dovesse reincarnarsi, sarò già così potente che niente e nessuno riuscirà a sconfiggermi!”

    Phobos, Deimos ed Enio sorrisero, eccitati alla prospettiva di vedere Athena sconfitta, preferibilmente in un mare di sangue.

    “Ma prima devo procurarmi un corpo…” Rifletté il Dio.

    -o-

    23 Ottobre 2090, Sofia, Bulgaria


    Damian MacNamara, Colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti d’America, capo della sicurezza presso l’ambasciata statunitense in Bulgaria, camminava avanti e indietro per il corridoio davanti al reparto maternità nell’ospedale più prestigioso della capitale da ormai un’ora. Gli infermieri lo guardavano con un misto di comprensione e curiosità: ne avevano visti a decine di uomini che, in preda all’ansia, scavavano solchi sul linoleum, ma uno con così tante stellette sulla giacca era uno spettacolo raro.

    Il militare era diviso tra la gioia di diventare padre e la preoccupazione per la salute di sua moglie, Dimitra. La sua bella sposa, di origini greche, era dentro da ormai quasi sei ore e, dall’alto della sua ingenuità in fatto di parti e travagli, Damian non riusciva a capire perché ci stesse mettendo così tanto… Inoltre, avrebbe mille volte preferito che il piccolo nascesse in una clinica privata nella loro terra natale, dove il Colonnello si sentiva più a suo agio, ma, come gli aveva detto l’ambasciatore Vladic strizzandogli l’occhio, “quando i bambini decidono che è ora, non puoi fare altro che adeguarti!”

    Il fatto che da dietro la porta ogni tanto venissero dei gemiti e delle vere e proprie urla non rassicurava di certo il Colonnello, il quale aveva ormai preso a passarsi convulsamente la mano tra i capelli color sabbia, quei pochi che erano sopravvissuti al cortissimo taglio militare. Sentiva lo sguardo del proprio assistente su di sé; il Tenente Murphy, un ragazzone afroamericano, cinque anni più giovane di lui, sembrava straordinariamente calmo e serafico anche in quell’ambiente che sapeva di disinfettante, come se si fosse trovato dietro la scrivania dell’ufficio. Damian lesse pazienza e comprensione in quei grandi occhi neri.

    “Come fai a restare così calmo?!” Gli chiese ad un certo punto, quasi sbottando. L’ansia aveva fatto riemergere l’accento dell’Alabama nella sua parlata altrimenti perfetta.

    Il Tenente sorrise gentilmente. “Sono il primo di sei figli, signore. E ad ogni nuovo fratellino ero sempre con mio padre in sala d’attesa; è questione di abitudine… anche se il non essere personalmente coinvolto gioca un ruolo piuttosto importante nella situazione!”

    Il Colonnello prese un profondo respiro, poi si accasciò su una sedia accanto al collega in modo assai poco militaresco.

    Si era seduto solo da qualche minuto quando un’infermiera uscì dal reparto maternità; Damian scattò in piedi e le chiese informazioni, ma non ottenne novità.

    Due ore e quattro caffè annacquati più tardi, un medico uscì dalla porta che aveva subito tante occhiatacce e chiamò, in un inglese fortemente accentato: “Colonnello MacNamara?”

    Il militare scattò come se a chiamarlo fosse stato il suo Presidente.

    “Sono qui!”

    Il medico gli sorrise garbatamente. “Congratulazioni, è un maschio! Sua moglie e il bambino stanno bene, l’aspettano…”

    Damian a malapena si accorse del medico e del Tenente che gli stringevano la mano, sorridenti. Quasi in trance, si diresse nella stanza indicata, dove trovò Dimitra, pallida ed esausta ma con uno sguardo quasi trionfante nei begli occhi verdi, che teneva in braccio un fagotto da cui spuntavano due piccole manine rosee e paffute.

    Si avvicinò al letto, si sedette sul bordo, baciò la moglie sulla fronte e, con un certo impaccio, prese in braccio suo figlio, il quale socchiuse gli occhi nel sentirsi spostato, ma non si lamentò.

    Il Colonnello quasi scoppiò in lacrime quando vide che le iridi del bambino erano dello stesso colore grigio delle sue. Non era mai stato un tipo particolarmente sentimentale, ma in quel momento aveva i nervi a pezzi e si sentiva troppo felice per farci caso.

    “E’ bellissimo” sussurrò alla moglie, con tono quasi reverenziale.

    “Lo so… Come lo chiamiamo?” Gli rispose lei, carezzando una guancia del piccolo, che pareva essersi riaddormentato.

    “Non avevamo deciso di dargli due nomi, uno greco e uno scozzese, così non scontentavamo nessuno?” Sogghignò sornione il Colonnello, ripensando alle ‘accese discussioni’ che le due suocere avevano sostenuto durante l’intera gravidanza.

    “Sì, ma non avevamo ancora scelto quali nomi, caro il mio soldato!” Lo rimbeccò Dimitra, rispondendo al sorriso.

    Il Colonnello sospirò, poi guardò il visetto di suo figlio con intensità, prima di decretare: “Ha la faccia da Sloan.” La donna sollevò un sopracciglio, ma il nome le suonava bene, quindi non replicò. Il marito le ripassò il bambino e, osservandolo a sua volta, Dimitra aggiunse: “Mi è sempre piaciuto Viktoras. Che ne dici?”

    “Sloan Viktoras MacNamara…” Pronunciò Damian, quasi assaporandone le sillabe. “E’ un po’ imperioso, ma mi piace… Con un nome così, diventerà come minimo Governatore!” Dimitra gli diede uno schiaffo sulla mano.

    All’improvviso, il militare si mise a ridacchiare. “Che c’è di tanto divertente?” Gli domandò la moglie, confusa.

    “Mi sono appena reso conto che il suo nome significa ‘guerriero vittorioso’… Non lo trovi calzante?”

    Anche Dimitra si mise a ridere e si sporse per baciare il marito.

    Nella loro bolla di felicità, non si accorsero che gli occhi del piccolo, di nuovo socchiusi, avevano lampeggiato di rosso sangue.

    Fuori dall’ospedale, sotto alle finestre del reparto maternità, nascosti nella penombra, Deimos, Phobos ed Enio sorrisero tra loro.

    “Il Divino Ares ha trovato un corpo adatto. Ora tocca a noi, preparare il terreno per la sua venuta!” Sussurrò la donna, leccandosi il labbro inferiore. Tirò fuori da sotto il lungo cappotto alcune delle scatole, non più sigillate, che avevano trovato nella grotta. Ne tenne un paio per sé, le altre le diede a Phobos e Deimos.

    “Qui dentro” spiegò “ci sono denti di drago… Dobbiamo seminarli su tutta la Terra, affinché al momento opportuno, quando il simulacro di Ares sarà abbastanza forte da sostenerne il Cosmo in battaglia, i Berserk rinascano per servirlo. Ci divideremo, in modo da essere più efficienti.”

    I due annuirono.

    “L’armatura del Divino Ares resterà alla grotta?” Chiese Deimos, riponendo le scatole affidategli.

    “Sì. Purtroppo, portarla in uno dei suoi antichi templi darebbe troppo nell’occhio, anche nel mondo dei mortali. Più a lungo il Santuario rimane completamente all’oscuro di quello che sta succedendo, più facile sarà vincere.”

    “Dovremo proteggerlo e guidarlo, finché non sarà pronto. Non sia mai che il Grande Sacerdote prenda l’iniziativa di uccidere il simulacro prima che possa difendersi.” Sibilò Phobos, lanciando un’occhiata verso la finestra da cui, sopito, sentiva provenire il Cosmo di Ares.

    “E’ quello che farete voi due, una volta finito di disseminare i denti. Io vi raggiungerò più avanti.” Gli rispose Enio, sistemandosi il cappuccio sulla testa.

    “Cosa devi fare di così importante?” Le domandarono, quasi in coro, i demoni fratelli.

    La dea, che si era voltata per andarsene, si girò verso di loro, il volto semioscurato dall’ombra del cappuccio. I due poterono vedere soltanto il suo sorriso, candido come neve ma letale come una tagliola.

    “Io, cari signori, devo trovare e addestrare le Amazzoni.”

    -o-

    Primavera 2092, regione del Jamir, Tibet


    Il cielo era di un azzurro quasi indescrivibile, a seimila metri d’altitudine. Pareva quasi trasparente, come un pezzo di vetro colorato; si aveva la sensazione che, a guardarlo abbastanza a lungo, si sarebbe potuto vederci attraverso e scorgere gli dei. Forse era per questo che il sole era così accecante, nonostante il freddo e l’inverno passato da poco: bisognava evitare che i mortali vedessero oltre il limite del consentito.

    Shiryu sorrise, sedendosi su un masso particolarmente grosso accanto al sentiero su cui si stava inerpicando da ore. L’aria rarefatta lo costringeva a tenere un passo lento, ma non si preoccupava troppo di questo. Non aveva molta fretta; ciò che cercava non si sarebbe spostato, qualche minuto di riposo poteva concederselo.

    “Athena, come mi sento vecchio adesso!”
    Pensò, ridacchiando tra sé e schermandosi gli occhi con la mano per ammirare il panorama sotto di lui. Dopo il rigido inverno, anche sul tetto del mondo la vita era ritornata a splendere, con gli alberi di nuovo verdeggianti e i canti degli uccelli a valle. I torrenti si erano liberati dalla morsa del ghiaccio e ora correvano verso il mare, un viaggio lunghissimo, che li avrebbe trasformati in fiumi maestosi, sacri e potenti.

    Il grido di un’aquila riecheggiò acuto tra le cime sopra la testa dell’anziano guerriero, perennemente innevate. Shiryu approfittò del passaggio di una nuvola per ammirare il rapace che volteggiava alto, spinto dalle correnti ascensionali del primo pomeriggio. Il suo pensiero, per un istante, volò a Marin.

    Sospirando, il Cavaliere si tirò su di nuovo, riprendendo il cammino, per non far riaffiorare i suoi fantasmi.

    Dopo un’altra ora di camminate, la strada si era fatta faticosa e ormai non si poteva vedere più una sola traccia d’erba. Era vicino.

    Svoltando dietro ad un cumulo causato da una vecchia frana, Shiryu si ritrovò davanti ad un burrone profondissimo, i cui bordi erano collegati soltanto da un sottile istmo di roccia. Sorrise, quasi con tenerezza. Si mosse con estrema tranquillità verso il ponte naturale, ignorando le voci macabre che avevano iniziato a rimbombargli in testa, non badando agli scheletri coperti di ferraglia arrugginita che cercavano di provocarlo. Se anche avessero provato ad avvicinarglisi, si sarebbero dissolti in una nuvola di fumo appena prima di sfiorarlo.

    Superato l’ostacolo, bastarono pochi altri metri ed una curva per arrivare a destinazione.

    Il palazzo, simile ad una pagoda, era esattamente come lo ricordava: alto, a strapiombo sulla valle, senza porte, quasi parte integrante della montagna. Pareva che il tempo, lassù, si fosse fermato.

    Shiryu fece qualche passo, poi espanse il Cosmo, con gentilezza, semplicemente per rendere nota la sua presenza. Era più un gesto di cortesia che una vera necessità. Lui sapeva benissimo che era lì.

    Quando non giunse alcuna risposta effettiva, il Santo del Dragone sogghignò.

    “Non intenderai mica lanciarmi addosso dei macigni come l’ultima volta, vero?” Chiese, apparentemente al vuoto. La sua voce echeggiò qualche volta tra le montagne circostanti.

    “Siamo troppo vecchi per questi giochi, lo sai…” Rispose un’altra voce maschile, bassa, molto più vicina di quanto Shiryu si aspettasse. La sorpresa lo fece voltare di scatto.

    “…E nonostante questo continuo a fregarti con l’invisibilità!” Aggiunse la voce misteriosa, prendendo forma accanto al Grande Sacerdote.

    Un uomo, poco più alto di Shiryu, vestito con semplici abiti tradizionali ma con una sciarpa coloratissima al collo, si materializzò sulla piattaforma di roccia. Aveva la pelle chiarissima, solcata di rughe e il viso era circondato da capelli lisci e candidi, tenuti corti, in un taglio pratico. Gli occhi, grandi e azzurri come il cielo, non erano cambiati, così come i cerchi al posto delle sopracciglia, dello stesso colore. Quando i loro sguardi si incrociarono, i due uomini si sorrisero.

    “Vi trovo in forma, Grande Sacerdote!” Commentò il tibetano, in greco, con un sogghigno uguale a quello di quando aveva otto anni.

    “Potrei dire lo stesso di te, Kiki.” Rispose Shiryu, nella stessa lingua.

    I due anziani si concessero un abbraccio fraterno, prima di entrare nel palazzo attraverso una delle finestre più basse.

    Seduti per terra, in un salottino caldo col pavimento ricoperto di tappeti, i due si scambiarono qualche convenevole, sorseggiando del tè che Kiki, percependo il Cosmo del Dragone ai piedi della montagna, s’era premurato di preparare.

    Dopo qualche istante di silenzio, però, Kiki assunse un’espressione seria e puntò gli occhi celesti sul suo ospite.

    “Perdona la brutalità, Shiryu, ma che cosa ci fai qui?”

    L’interpellato sogghignò da sopra l’orlo della tazzina. “Non posso venire a far visita ad un amico?”

    Il tibetano alzò gli occhi al cielo. “Non sei mai stato tipo da visite inaspettate… e sono anni che non ti allontani dal Santuario. Non ti sei mosso da lì nemmeno quando c’è stato quel terremoto…”

    “…La barriera di Athena ha protetto tutta la zona. Non c’era bisogno che me ne andassi. Sai che Shun e Hyoga mi hanno fatto la stessa ramanzina, a suo tempo?”

    “La cosa non mi stupisce, soprattutto da parte di Shun.” Sorrise mestamente Kiki, ricordando il Santo di Andromeda.

    Il silenzio li avvolse per qualche istante. Infine, Shiryu puntò gli occhi color malachite sul più giovane, fissandolo con uno sguardo intenso.

    “Kiki, so benissimo che l’hai percepito anche tu. Qui le stelle si vedono altrettanto bene che al Santuario.”

    “Un nuovo pericolo, sì. Le notti non erano così cupe dai tempi del risveglio di Hades. L’unica luce veniva da Marte. Anche il più stolto degli uomini se ne sarebbe accorto.” Rispose il tibetano, fissando la sua bevanda con la fronte corrugata.

    “Ci sono buone probabilità che il nemico sia Ares, questa volta.” Sussurrò Shiryu.

    “Sono già passati due anni dal primo segnale… Se la sta prendendo comoda…” Commentò Kiki.

    “Ho fatto delle ricerche nella Biblioteca del Santuario: le testimonianze dell’epoca del Mito narrano che Athena distrusse il corpo mitologico di Ares prima di sigillarlo. Deve aver cercato qualcuno in cui reincarnarsi e, se ha scelto un bambino, dovrà aspettare che cresca prima di passare all’azione.” Spiegò il Grande Sacerdote.

    “Non oso pensare a quella povera anima a cui tocca condividere il corpo con la divinità più sanguinaria dell’Olimpo!”

    “Vero… ma questo concede a noi un vantaggio di qualche anno; avremo tempo per addestrare nuovi Saint e riorganizzare le nostre fila, così saremo pronti, al momento opportuno.”

    Kiki si massaggiò il collo, guardando fuori dalla finestra. Shiryu continuò.

    “Ho passato gli ultimi due anni a contattare tutti i luoghi d’addestramento dei Saint e ho ricevuto risposte positive da quasi tutti… Anche se non ci sono Cavalieri, il culto di Athena è rimasto vivo. Ho percepito anche qualche Cosmo promettente… potremmo già avere dei Santi d’Argento nel giro di un paio d’anni.”

    “Chi non ha risposto?” Chiese il tibetano, continuando a guardare il cielo.

    “Death Queen Island, ovviamente. Ikki non risponderebbe ad una missiva neanche con una pistola puntata alla tempia. E tu.”

    Kiki sorrise, amaro.

    “Sono troppo vecchio per combattere, lo sai.”

    “Non ti chiedo di scendere in campo, Kiki. Tu, io e Ikki abbiamo già servito a sufficienza la Dea. Siamo la vecchia generazione, quella che riconosceva in Saori la propria ragione per combattere. Ma come Grande Sacerdote e come amico, ti chiedo di mettere le tue arti al servizio della prossima Athena; e magari prendere con te uno o più allievi. Sarebbe un vero peccato restare senza Saint dell’Ariete, non trovi?” Disse Shiryu, a voce bassa. I suoi occhi brillavano di dolcezza e determinazione insieme.

    Il Lemuriano spostò lo sguardo verso una tenda che divideva il salottino da un altro vano della casa. Da lì proveniva un Cosmo dolce, perfettamente percepibile da entrambi; lo scrigno d’oro con l’Armatura dell’Ariete riposava dietro il tendaggio, non toccato da anni. Kiki non si era mai azzardato ad indossare la Cloth che era stata di suo fratello Mu. Soltanto in un’occasione essa aveva, spontaneamente, ricoperto il suo corpo. Era accaduto quando, dando fondo a tutte le sue conoscenze, aveva ricostruito le cinque Armature d’Oro andate distrutte nell’Elisio: Vergine, Sagittario, Bilancia, Leone ed Acquario.

    Athena aveva donato un po’ del suo sangue per ridare vita alle Cloth d’Oro, anche quelle che non erano state disintegrate da Thanatos, ma che si erano fortemente indebolite incassando il colpo che aveva abbattuto il Muro del Pianto. Kiki le aveva poi ricoperte di Polvere di Stelle, aveva fuso Orichalchon ed oro puro per riparare le crepe e le aveva levigate per ridare loro la forma ideale, finché non erano ritornate lucenti come comete.

    Era stato tanto, forse troppo tempo prima. In tutti quegli anni, Kiki non si era quasi mai mosso dal suo rifugio in Jamir, tranne per andare a recuperare Armature che sapeva rotte. Una volta riparate, esse tornavano da sole al loro luogo di riposo, in attesa di un Santo degno di indossarle in battaglia. Ma quel lavoro non l’aveva tenuto occupato per sempre. Erano anni che Kiki passava le giornate meditando e tenendo allenata la psicocinesi.

    E ora Shiryu gli stava chiedendo di tornare in azione. Lui, il Riparatore di Cloth, Santo d’Ariete per una sola battaglia, doveva farsi maestro, per una nuova guerra, per una nuova generazione.

    “Cosa ti fa credere che sarei un buon insegnante?” Chiese all’amico, voltandosi di nuovo verso di lui.

    “Cosa ti fa credere che lo sarò io?” Ridacchiò in risposta Shiryu.

    L’altro alzò gli occhi al cielo. “I maestri rispondono ad una domanda con un’altra domanda… è la tua specialità, quindi sarai perfetto!”

    Shiryu rise, poi guardò il più giovane con un sorriso dolce. “Hai avuto un magnifico esempio, Kiki… Sono certo che saprai trasmettere i tuoi insegnamenti com’è riuscito a farlo Mu. E io mi auguro di essere degno di Dohko, quando sarà il momento.”

    Sugli occhi di Kiki apparve un’ombra nostalgica.

    “Ti mancano?” Chiese, la voce poco più che un sussurro.

    “Ogni giorno. Tutti. Esattamente come a te.” Asserì Shiryu, mormorando a sua volta.

    “Pensi che siano… orgogliosi di noi?” Domandò Kiki, puntando lo sguardo di cielo sull’amico, che quand’era bambino era stato per lui quasi un modello.

    Il Grande Sacerdote sorrise con tenerezza. “Io penso di sì. Ma penso anche che non vorrebbero vederci stare a rimuginare sul passato quando il futuro è alle porte.”

    Shiryu rimase ospite di Kiki fino al mattino successivo, quando decise di fare ritorno al Santuario: ora che erano arrivate nuove reclute, la sua presenza era ancora più necessaria.

    Mentre lo salutava, Kiki gli rivolse un’ultima domanda. “Ti sei fatto tutta questa scarpinata per chiedermi di prendermi degli allievi… Non bastava mandarmi una lettera? O raggiungermi col Cosmo?”

    Il Santo del Dragone guardò il giovane Ariete, gli sorrise ampiamente e rispose: “Te l’ho detto, volevo far visita ad un amico! E poi ci tenevo a dirtelo di persona… Conoscendoti, ti saresti fatto prendere dai sensi di inferiorità e avresti rifiutato!”

    Due forti risate maschili risuonarono tra le montagne, coprendo lo stridio dell’aquila.

    -o-

    30 Settembre 2096, Nanchino, Cina


    Caos.

    Questa era l’unica parola che attraversava la mente di Shiryu, mentre cercava di muoversi nella marea di persone che affollava la città in quel grigio mattino d’autunno; la nebbia si era alzata un paio d’ore prima, ma ora erano le nuvole cariche di pioggia a dare un aspetto quasi tetro alla metropoli.

    Chi non era troppo occupato a parlare al telefono o a rimuginare sui propri problemi non poteva fare a meno di lanciare una seconda occhiata all’uomo anziano, vestito con abiti tradizionali che sembravano provenire da un’altra epoca, dai capelli lunghi e lo sguardo verde come il mare, così raro da vedere in un viso orientale.

    Shiryu percepiva gli sguardi su di sé, ma non ci faceva caso. Era concentrato su altro: una scintilla d’Universo si era risvegliata lì, in quella città congestionata e caotica. Non era la prima volta in quegli ultimi anni, lo aveva visto nel cielo notturno, ma in questo caso sentiva di doversene occupare personalmente.

    Benché non fosse mai stato a Nanchino, gli risultava discretamente facile orientarsi, grazie alla risonanza di Cosmi. Una volta uscito dalla congestione del centro economico e finanziario, delimitato da grattacieli in vetro e acciaio e da uomini in completo scuro e ventiquattro ore, si trovò in zone più residenziali, sempre meno lussuose, finché non arrivò in un distretto dalle stradine labirintiche e le case collegate sui piani più alti dai fili per stendere il bucato.

    Si fermò di fronte al cancello di un orfanotrofio, il cui cortile al momento era vuoto, visto che la gran parte dei bambini ospitati erano a scuola. Si era alzato un vento leggero che faceva cigolare le vecchie altalene.

    “E’ qui.”
    Pensò Shiryu, sentendo una fitta di eccitazione alla bocca dello stomaco. Aprì il cancello con una leggera pressione della mano, per poi muoversi con studiata calma verso l’ingresso.

    Una giovane donna stava seduta dietro la scrivania accanto alla porta, canticchiando un motivetto e agitando la matita a ritmo di musica. Aveva i capelli tenuti stretti in uno chignon e gli occhi a mandorla erano fissi su dei libri piuttosto grossi. Sembrava che stesse studiando.

    Quando Shiryu la salutò, alzò gli occhi e per un momento rimase stupita dall’aspetto del misterioso visitatore, non solo per gli abiti un po’ fuori moda, ma anche dalla parlata. Il mandarino era perfetto, ma antiquato.

    “In cosa posso esserle utile, signore?” Gli chiese, cortese.

    “Sto cercando un bambino che dovrebbe risiedere qui… purtroppo la mia memoria non è più quella di una volta, quindi non saprei dirle il nome, ma ricordo che dovrebbe compiere cinque anni proprio oggi…” Le rispose Shiryu, sorridendo sornione e giocando la carta del vecchino un po’ smemorato.

    La ragazza ci pensò su un attimo, poi gli occhi color onice le si illuminarono. “Oh, sì… Credo di sapere di chi si tratti, ma forse è meglio che avvisi la Direttrice. Sa, non riceviamo spesso visite…”

    Shiryu la scusò volentieri e non dovette attendere molto: la Direttrice, una donna sulla cinquantina i cui capelli avevano già iniziato ad ingrigire, gli venne incontro con piglio deciso. Il Cavaliere intravvide un lampo di delusione nei suoi occhi sottili: probabilmente non si pensava che un uomo così vecchio potesse essere un potenziale genitore adottivo.

    Dopo aver interloquito con lui, la signorina Ling (così si era presentata) lo guidò in una piccola saletta di ricevimento, dicendo: “E’ la prima volta che il piccolo Cheng riceve visite… Lo vado a chiamare subito!”

    Shiryu si accomodò e, vedendo la donna andare via, si chiese se anche il vecchio Mitsumasa Kido era stato accolto così tranquillamente negli orfanotrofi da cui li aveva portati via, a suo tempo.

    “No, lui avrà avuto vita ancora più facile, considerando quant’era potente… Ma in fondo, non ho accennato anch’io alla Graude Foundation?”
    Pensò, sorridendo amaramente. Benché Saori fosse morta da più di quarant’anni, il suo operato con la Fondazione non aveva fatto altro che aumentarne il prestigio in tutto il mondo, trasformandola nella copertura perfetta per ogni mossa del Santuario.

    Fu strappato dalle sue elucubrazioni dal rumore della porta che si apriva. Voltandosi, vide la signorina Ling entrare di nuovo, stavolta tenendo per mano un bimbo di circa cinque anni, un po’ magro per la sua età, con gli occhi grandi benché a mandorla e i capelli neri tenuti corti, per praticità.

    “Cheng, lui è il signor Shiryu, è venuto per farti gli auguri… vuole parlare un po’ con te!” Gli disse la donna, con voce autorevole ma gentile. Poi si rivolse all’adulto. “Signor Shiryu, questo è Zhou Cheng. Vi lascio soli a chiacchierare…”

    “Grazie, signorina Ling” Replicò Shiryu, sorridendo al bambino e accomodandosi di nuovo sulla poltroncina. Il bambino gli si sedette di fronte solo dopo che lui gli ebbe fatto cenno che poteva mettersi comodo.

    Il Grande Sacerdote rimase qualche istante in silenzio, guardando il bimbo. Era piccolo e indossava vestiti smessi, ma sembrava decisamente in salute. Non c’erano segni di malattia o malnutrizione sulle guance paffute e lisce, i capelli erano lisci e lucenti e negli occhi color onice brillava una composta curiosità nei suoi confronti.

    “Ciao, Cheng. E’ un piacere conoscerti.” Gli disse Shiryu, sperando che non fosse taciturno com’era stato lui alla sua età.

    Il bambino alzò gli occhi su di lui, senza timori e rispose con voce limpida: “Buongiorno, signor Shiryu.”

    Aveva leggermente storpiato la pronuncia del nome, ma il Dragone non ci fece caso. La calma sicurezza negli occhi di Cheng l’aveva piacevolmente sorpreso: sembrava che, in qualche modo, sapesse che non sarebbe stata una semplice visita di cortesia.

    “Buon compleanno, innanzitutto! Ne fai cinque, giusto?” Continuò. Il bimbo sorrise, annuendo.

    “E’ un giorno speciale… ieri notte sono persino riuscito a vedere le stelle, sapete?” Cheng sembrava eccitatissimo all’idea di poter raccontare l’esperienza.

    “Ti piacciono le stelle?” Gli chiese Shiryu, cercando di capire se poteva usare una passione del suo piccolo interlocutore come appiglio per il suo discorso.

    “Oh, sì! Sono bellissime! A volte sogno di poterle toccare…” Si interruppe, si guardò attorno e poi si chinò in avanti, sussurrando: “Posso raccontarvi un segreto?”

    Shiryu lo accontentò: “Certo che puoi!”

    Cheng si alzò dalla poltrona e gli si sedette accanto. La fiducia immediata che sembrava riporre in lui quasi commosse il vecchio Saint. Si abbassò affinché il bambino potesse sussurrargli all’orecchio: “Certe volte mi sembra di sentirle brillare nella pancia…”

    Shiryu non riuscì a trattenere un sorriso di gioia. “Athena, grazie!”

    “Sai, Cheng, anch’io ho un segreto per te…” Gli mise la bocca vicino all’orecchio. “Anche a me succede.”

    Il bambino sgranò gli occhi come di fronte alla più grande barretta di cioccolato mai prodotta. Tutto il suo viso si illuminò di gioia. “Davvero?!”

    Shiryu annuì.

    “Vorrei raccontarti una storia, Cheng… Una storia speciale. La vuoi ascoltare?”

    “Mi piacerebbe molto, signore!” Rispose il piccolo, apparentemente ricomponendosi. “Di cosa parla?”

    “Parla di stelle. E di uomini che le portano dentro, come me e te. E anche di guerrieri, i cui pugni fendono il cielo e i cui calci spaccano la terra.”

    “Sembra bella!” Commentò Cheng, eccitato.

    “Lo è, Cheng. A modo suo, lo è.”

    -o-

    2 Ottobre 2102, Dublino, Irlanda


    La sera era scesa presto su Dublino, quel giorno. Una pioggerella leggera scivolava giù dai vetri delle finestre dell’Ospedale St. Patrick, mentre l’infermiera O’Hara approfittava di qualche momento di tranquillità al Pronto Soccorso per riordinare alcune cartelle cliniche che le erano finite sulla scrivania.

    Erano da poco passate le sei quando sentì dei gemiti provenire dalla sala d’attesa, mettendola sul chi va là. Si affacciò e si rese conto che la persona che emetteva quei versi soffocati di dolore era una ragazza poco più che ventenne, con la fronte sudata, in avanzato stato di gravidanza, che sembrava reggersi in piedi praticamente per miracolo.

    “Santo Cielo, signorina!” Esclamò, correndole incontro e accompagnandola ad una sedia. “Come si sente?”

    “Credo… sia… ora…” Ansimò la ragazza. “Per favore…”

    L’infermiera si calò immediatamente nel suo ruolo, domandandole quand’erano iniziate le contrazioni e se era allergica a qualche farmaco. Dopodiché chiamò immediatamente il reparto maternità.

    Patricia O’Malley, la ginecologa di turno, era pronta ad attenderle davanti alla porta dell’ascensore, quando arrivarono. Sorrise alla ragazza, tranquillizzandola e stringendole la mano quando questa si contorse per una contrazione particolarmente dolorosa.

    “Andrà tutto bene, tesoro… Come ti chiami?” Le chiese, mentre la visitava.

    “D-Deirdre…” Sussurrò la giovane, riprendendo fiato.

    Il medico vide la fede all’anulare della paziente e si chiese per quale diamine di motivo fosse sola. Seguendo il suo sguardo, gli occhi azzurri della ragazza si offuscarono di lacrime.

    “L-lui… è morto… un incidente… n-non ho nessuno…” Singhiozzò, come a volersi giustificare.

    “Non importa, cara, non importa… non piangere. Sei piuttosto avanti, ancora un paio d’ore e potrai stringere il tuo bambino, abbi pazienza!” La rassicurò la donna, sorridendole con fare gentile.

    Deirdre rispose debolmente al sorriso, mordendosi poi il labbro per il dolore.

    Quando l’ostetrica disse che la sala parto era pronta, la dottoressa O’Malley l’accompagnò fin lì, tenendole la mano: quella paziente avrebbe potuto essere sua sorella minore e quei grandi occhi da cerbiatto spaventato avevano fatto scattare in lei un istinto materno che raramente si faceva sentire.

    La ragazza riuscì a riposare solo una mezz’ora, prima che il dolore del travaglio tornasse a farsi lancinante, così all’improvviso da allarmare la dottoressa.

    Il parto fu più difficile del previsto; quando fu chiaro che il piccolo non sarebbe uscito da sé, la dottoressa fu costretta, suo malgrado, a richiedere un cesareo d’urgenza.

    Quando finalmente riuscirono a farlo nascere, la dottoressa era sporca di sangue fino ai gomiti e tanto, troppo, ne aveva perso Deirdre. La creatura, una bambina, al contrario della madre sembrava sana come un pesce, a parte il fatto di aver rischiato di nascere podalica. Emise dei vagiti decisamente stentorei per le sue piccole dimensioni.

    La dottoressa O’Malley si avvicinò al viso pallidissimo di Deirdre, la quale aveva stoicamente resistito al cesareo in anestesia locale (le sue condizioni erano troppo critiche per prepararne una totale), per vedere come stava. Le aveva chiuso il ventre, ma era comunque sul filo del rasoio.

    “Sei stata bravissima, tesoro… E’ una bambina splendida!” Le disse, carezzandole i capelli castani, sentendo la sua pelle troppo fredda.

    Deirdre le sorrise, debolmente. “Una bimba… Posso… vederla?” Sussurrò, con un filo di voce.

    Ad un cenno, una delle ostetriche si avvicinò con la neonata pesata, lavata e avvolta in un asciugamano in braccio. La dottoressa O’Malley la prese con delicatezza, poi la mostrò alla paziente.

    Un lampo di tenerezza infinita attraversò le iridi turchesi della ragazza nel vedere il visino rotondo e roseo di sua figlia, i sottili capelli scuri che già le spuntavano sulla testa e le manine delicate che spuntavano dal bordo del fagotto.

    “Fiona… Si chiama Fiona.” Mormorò, carezzandole una guancia con le poche forze che le restavano.

    “E’ un nome magnifico. Le donerà sicuramente!” La rassicurò la dottoressa, sentendo un’orribile presentimento rizzarle i capelli sulla nuca.

    La ragazza alzò gli occhi su di lei, guardandola con un’intensità inaudita.

    “Per favore… Si prenda cura di lei.” Le chiese, con tono quasi di supplica.

    Patricia O’Malley non trovò la forza di dirle di no. Le rimase accanto, la piccola in braccio, mentre Deirdre esalava il suo ultimo respiro, rincuorata nel sapere la figlia in buone mani.

    Cercando di inghiottire le lacrime, la dottoressa portò personalmente la piccola Fiona alla nursery e rimase a cullarla per un po’, prima di metterla nel lettino.

    Quando si rese conto che aveva smesso di piovere, si voltò verso la finestra e vide che in cielo non c’era più una nuvola.

    Un piccolo mugolio la indusse a riportare la sua attenzione verso la piccola ed ebbe un tuffo al cuore nel vedere gli occhi aperti della neonata.

    Erano azzurri, come quelli di Deirdre, ma sembravano molto più intensi. Parevano due lembi di cielo d’estate.

    Un senso di pace inaspettato la avvolse. Le sorrise, dolcemente, mettendola nella piccola culla. Prima di allontanarsi, le carezzò il viso, sussurrando: “Non preoccuparti. Mi prenderò cura di te, piccola Fiona.”

    Nel cielo serale di Dublino, le stelle non erano mai state così luminose.


    Come sempre, i commenti sono ben graditi!
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  8. Top | #8
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Bene, bene, sviluppi molto interessanti!!! E' un piacere leggere i tuoi capitoli, perchè sono davvero ben costruiti, oltre che scritti con i fiocchi!

  9. Top | #9
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Citazione Originariamente Scritto da Altea Visualizza Messaggio
    Bene, bene, sviluppi molto interessanti!!! E' un piacere leggere i tuoi capitoli, perchè sono davvero ben costruiti, oltre che scritti con i fiocchi!
    Mi farai arrossire, così...
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    Re: New Wars, New Times (titolo provvisorio)

    Mi piace molto, complimenti.
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