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Discussione: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

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    God Saint L'avatar di BlackGemini83
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    Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Poco fa mi sono ritrovato davanti a questa "visione" dell'Opera di Masami Kurumada.
    Si tratta di una discussione ad opera di uno Psicologo...Dott. Andrea Napolitano (Fonte originale: http://www.psicologi-italia.it/psico...nicazione.html).

    "Saint Seiya, ovvero mitologia e azione transculturale"

    "Se in Spider-Man e Dylan Dog abbiamo trovato un parziale ritratto della società contemporanea e delle sue ambiguità, niente potrebbe essere più lontano di Saint Seiya dalla realtà quotidiana. L’opera scritta e disegnata da Masami Kurumada nel 1986 è, come succede spesso nei manga (fumetti giapponesi) assolutamente irrealistica. Ma forse proprio il suo carattere finzionale ha contribuito all’enorme successo, conseguito a livello internazionale soprattutto grazie alla trasposizione in anime (cartone animato), in Italia noto col nome de I cavalieri dello Zodiaco.
    La storia, peraltro piuttosto complessa, narra di un gruppo di ragazzi – i protagonisti principali sono Seiya, Hyoga, Shiryu, Shun e Ikki – che in seguito ad uno sfibrante allenamento riescono ad ottenere l’investitura a santi (in Italia, cavalieri), ossia combattenti devoti alla dea Atena, chiamati a difendere in suo nome la pace sulla Terra. Con il titolo di “santi” (Saints), i ragazzi ottengono anche un’armatura (cloth) collegata ad una particolare costellazione (rispettivamente Pegaso, Cigno, Dragone, Andromeda, Fenice). I poteri conseguiti in seguito al training sostenuto si basano infatti sulla raggiunta consapevolezza del proprio microcosmo interiore, di come esso rifletta la struttura macrocosmica dell’universo consentendo di esprimere la stessa energia alla base del big-bang, e di come tale energia possa essere canalizzata riconoscendo la costellazione affine alle proprie caratteristiche personali; l’armatura dei cavalieri è un canale che permette di convogliare meglio questa energia, per poi convertirla in colpi che vanno da calci e pugni portati alla velocità del suono (per i Saints meno esperti) all’apertura di varchi ultradimensionali (tecnica tipica dei cavalieri più dotati) in cui scaraventare il malcapitato avversario di turno.
    I cinque giovani protagonisti hanno raggiunto solo il gradino d’investitura più basso, ossia il titolo di Bronze Saints (Cavalieri di bronzo): sono cioè muniti di una forza e di un’armatura decisamente inferiori a quelle dei Silver Saints (Cavalieri d’argento) e soprattutto dei Gold Saints (Cavalieri d’oro), questi ultimi dotati della potenza trasmessa dalle dodici costellazioni zodiacali (Ariete, Toro, Gemelli…) e in grado di muoversi alla velocità della luce. Nonostante la loro palese inferiorità, i cinque santi di bronzo saranno chiamati da Atena a combattere contro i Cavalieri d’argento e d’oro per far tornare alla ragione Saga, il Gold Saint dei Gemelli: questi, ribellatosi ad Atena, si è sostituito al sommo sacerdote che dovrebbe interpretare le volontà della dea e a cui tutti gli altri cavalieri devono obbedienza, con l’intento di conquistare il mondo (il che è un classico dei manga!). Scongiurato il pericolo di ammutinamento, i Saints di bronzo, d’argento e d’oro finalmente riuniti dovranno poi vedersela con le minacce portate alla Terra prima dal dio del mare Nettuno, intenzionato a sommergere il nostro pianeta sotto un nuovo diluvio; poi del dio della morte Ade (Hades nel fumetto), determinato a oscurare il mondo con una perenne eclissi di sole.
    Come si può vedere, di spaccati sociali non c’è qui nemmeno l’ombra. Tuttavia, Saint Seiya è un eccezionale veicolo di trasmissione culturale, mitologica, religiosa e filosofica. Questo manga è riuscito a portare e diffondere in Occidente, tra un pubblico probabilmente non particolarmente colto, una quantità stupefacente di nozioni appartenenti alle dottrine induista e buddhista, così come ha veicolato in Estremo Oriente cospicui riferimenti tratti dalla mitologia greca o addirittura dalla Divina Commedia di Dante. E se è presumibile che, sia da una parte che dall’altra, non sempre questi riferimenti siano stati colti, tuttavia essi rimangono nella memoria collettiva e compartecipano attivamente a un movimento culturale e transculturale ben più ampio: quello della globalizzazione e del multiculturalismo, variabili di complessità che incidono profondamente nella società e nella comunicazione odierne, unendo e rivelando le differenti realtà e tradizioni.
    Le persone si trovano infatti oggi di fronte a crescenti diversità sociali, culturali, linguistiche, in cui parlare di comunicazione significa parlare di un mondo indefinito, complesso, sfuggente: non si tratta tuttavia di un cambiamento sovversivo, ma costruttivo, e un manga come Saint Seiya ne è l’ideale testimone. Mostra come la comunicazione – anche la comunicazione culturale attuabile con un semplice fumetto – possa favorire il cambiamento sociale riducendo la lontananza fra abitudini e valori diversi, accorciando le distanze fra persone fisicamente non vicine, facendo intravedere nuovi modi di pensare: la comunicazione aiuta ad affrontare il cambiamento perché comunicare significa anche conoscere e far conoscere.
    Saint Seiya trasmette frammenti vivi della mitologia greca antica e di quella indo-buddhista, ribadendo implicitamente che la comunicazione artistica è legata strettamente al rito e alla religione e facendo riverberare l’eco di tutti i pensieri, i testi, le opere artistiche che vibrano dietro ai miti e alle dottrine religiose: infatti, ogni testo letterario situato all’interno di una società e di una cultura è sempre il risultato di una volontaria enunciazione illocutoria e perlocutoria, che rinvia ad altri testi ed altre opere richiamandoli e trasformandoli (Tessarolo, 1991).
    Se in Saint Seiya i riferimenti alla mitologia greca sono rinvenibili soprattutto nel ricorso a personaggi divini quali Atena, Nettuno, Ade, un esempio di come questo manga sia specchio fedele anche di tradizioni buddiste è dato dalla trama dell’opera: il primo avversario che i Cavalieri devono affrontare è un nemico interno; solo dopo averlo sconfitto e riassimilato in sé potranno combattere contro antagonisti esterni. Come a dire che non possiamo aiutare davvero il prossimo, finché non abbiamo fatto chiarezza in noi stessi: se prima non si è compiuto un lungo lavoro di purificazione, per raggiungere la lucidità e la quiete interiori, rischiamo di far del male agli altri (Comolli, 1991).
    Secondo la visione buddhista mahayana la compassione può essere realmente efficace solo quando chi la pratica è in armonia con se stesso: un uomo che annega non può certo salvarne un altro (Mackenzie, 1992).
    Un riferimento decisamente più esplicito alla religione induista emerge invece dal personaggio di Krishna, uno dei sette generali marini al seguito di Nettuno: già il nome del generale richiama quello del più famoso avatara (incarnazione) di Visnu, uno dei componenti la trimurti dell’induismo (la trinità composta dai tre principali déi del pantheon indiano, ossia Visnu, Shiva, Brahma), le cui gesta sono cantate nella Bhagavadgītā, poema di settecento versi – la cui importanza nella cultura indiana è pari a quella del Vangelo nella nostra civiltà – contenuto nel VI libro del Mahābhārata, la cui stesura va dal 400 a.C. al 400 d.C.
    Il generale marino Krishna deve la sua forza allo “sprigionarsi dell’energia cosmica Kundalini”; essa “deriva dai chakra, i sette punti che si trovano all’interno del corpo umano e che possono sprigionare un’energia miracolosa”.
    Secondo l’induismo, quest’energia, presente a livello latente in ognuno, è la forza dormiente della dea Kundalini che incarna la potenzialità della natura, i cui effetti possono essere sia divini sia demoniaci. Il saggio che controlla queste forze può, attraverso di esse, raggiungere la più alta potenza e perfezione spirituali, mentre coloro che nell’ignoranza le scatenano, rischiano di venirne distrutti (Lama Govinda, 1972).
    I chakra sono invece i sette centri energetici sottili del corpo umano, che governano rispettivamente la secrezione, la riproduzione, la digestione, la circolazione, la respirazione, il sistema nervoso riflesso e quello volontario; ognuno è collegato a una particolare ghiandola o organo fisico. Essi sono i punti in cui le forze psichiche e le funzioni corporee si uniscono e si compenetrano; sono i nodi focali in cui le energie cosmiche e quelle psichiche individuali si cristallizzano in qualità corporee ed in cui queste ultime sono dissolte e ritrasformate in forze fisiche (Lama Govinda, 1972).
    Lo stesso processo di unione di forze macrocosmiche e microcosmiche (o meglio, del riconoscimento delle prime nelle seconde) è quello che sta alla base del potere dei Saints di Atena. L’addestramento che li porta a dominare queste forze è più di tipo meditativo che fisico.
    Se Spider-Man aveva il “senso di ragno” e Dylan Dog il “quinto senso e mezzo”, i Cavalieri, tramite l’addestramento condotto, arrivano a dominare addirittura “il settimo senso”. Anche in questo caso non si tratta di semplici bufale fumettistiche: le dottrine buddhiste parlano apertamente di un sesto e di un settimo senso. Il sesto senso è comune a tutti i poveri mortali, giacché si tratta semplicemente dell’esercizio della coscienza tramite l’organo sensoriale apposito (il cervello): nel buddhismo, infatti, la coscienza è considerata solo come una capacità percettiva, alla stregua di vista, udito, tatto, gusto e olfatto: l’organismo corporeo non è nient’altro che il congegno meccanico dei sei sensi. I cinque diversi organi di senso di questa macchina sono solo degli “strumenti diversi per effettuare lo scambio di cinque diversi componenti del mondo esterno; il sesto organo di senso, il pensiero, è il punto focale e di raccolta delle restanti attività sensoriali” (Grimm, 1994).
    Il sesto senso è definito come coscienza intellettuale che seleziona e valuta i prodotti dei cinque tipi di coscienza sensoria (Lama Govinda, 1972).
    Il settimo senso, quello che consente ai Saints di espandere il proprio microcosmo interiore in sintonia con le energie macrocosmiche, è teorizzato come quella facoltà conoscitiva (manas) il cui oggetto non è il mondo sensibile, ma quel fiume del divenire che eternamente fluisce, o ‘coscienza profonda’, non limitato dalla nascita, né dalla morte, né da forme individuali di appartenenza. Poiché per il buddhismo nascita e morte sono solo porte di comunicazione fra una vita e l’altra, il fiume continuo della coscienza che scorre attraverso di esse contiene in superficie non soltanto gli stati di esistenza condizionati causalmente, ma la totalità di ogni possibile stato di coscienza, la somma totale di tutte le esperienze di un ‘passato’ senza principio che è identico ad un ‘futuro’ senza limiti. La coscienza spirituale (manas) rappresenta l’elemento stabilizzatore della mente, il punto di equilibrio in quanto centro di riferimento, la coesione dei suoi contenuti (Lama Govinda, 1972).
    Il settimo senso è insomma la consapevolezza totale di se stessi in quanto compartecipanti al flusso del divenire cosmico, emanazione dell’Unità indefinibile che è alla base della totalità dell’esistente.
    Ma esiste qualcosa che va anche oltre il settimo senso: è l’ottavo senso, quella capacità sensoriale talmente elevata da essere posseduta da un solo Cavaliere d’oro, Shaka della costellazione della Vergine, “l’uomo più vicino a Dio”. Se il settimo senso è totale autocoscienza e senso di appartenenza al Tutto, l’ottavo senso consente di trascendere la limitazione dei confini del proprio ego, di superare quella che nel buddhismo è definita l’illusione dell’io (anatta), comprendendo di essere non solo appartenenti all’Uno, ma coincidenti con esso. Questa facoltà, nel manga, è chiamata araya-shiki, termine giapponese ripreso dal sanscrito ālaya-vijnāna (traducibile in italiano come “Coscienza-ricettacolo” o “Coscienza-deposito”): esso è l’emanazione e la manifestazione della coscienza universale di base, l’ottava coscienza o ‘Camera della Coscienza’, paragonabile all’oceano sulle cui superfici si formano le correnti, le onde, i gorghi, mentre le profondità rimangono immote, imperturbabili, pure e chiare. La mente universale trascende ogni individuazione ed ogni limite. Essa è per sua natura assolutamente pura, rimanendo immutata e libera da ogni difetto di transitorietà, non turbata da egoismi, differenziazioni, desideri e avversioni (Lama Govinda, 1972).
    Il Gold saint Shaka, unico possessore dell’ottavo senso, è un vero e proprio compendio di filosofia buddhista. Già al suo apparire, nella mente dell’avversario di turno si forma l’immagine di Shaka bambino che viene al mondo come reincarnazione del Buddha, sorgendo da un fiore di loto. Il loto che galleggia sull’acqua è simbolo della mente illuminata che emerge dal fango dell’esistenza per arrivare alla comprensione assoluta. Il nome stesso “Shaka” è una commistione fra il nome del clan familiare (“Shakya”) a cui apparteneva il Buddha storico Gautama, e il nome del re degli dèi induisti, Sakka, con cui, secondo i testi canonici buddhisti, diverse volte il Buddha avrebbe dialogato nel corso delle sue meditazioni (Samyutta Nikaya o Digha Nikaya, XXI, Prima parte, § 1, § 13).
    Anche le tecniche di combattimento usate da Shaka aprono interi capitoli di filosofie orientali. Il “Tenma Kofuku” (rassegnazione del male) e il “Tenkuhaja Chimi Moryo” (liberazione celeste dai mostri maligni) sono tecniche che annientano l’avversario dopo aver generato delle illusioni mentali. La capacità di creare immagini fittizie che annebbiano la mente altrui richiama il concetto del “gioco di māyā”, la facoltà degli dèi induisti (in particolare di Visnu) di creare con la forza della mente universi illusori (compreso quello in cui crediamo di vivere). Le illusioni di Shaka ricordano la storia (risalente al VI sec. d.C.) del saggio Nārada, che chiese a Visnu di mostrargli il segreto della sua māyā. Visnu lo portò in una piana desertica dove chiese al saggio di recarsi in un vicino villaggio a prendergli dell’acqua. Bussando ad una porta, Nārada incontrò una bellissima fanciulla e sperimentò qualcosa che fino allora non aveva mai sognato: l’incanto dei suoi occhi femminili. Nārada s’innamorò della giovane, si stabilì nella casa della sua famiglia e, dopo un certo periodo – completamente dimentico di Visnu – la chiese in sposa. Passarono dodici anni, nei quali la coppia ebbe tre figli. Il dodicesimo anno la stagione delle piogge fu particolarmente violenta e il piccolo villaggio fu sommerso da un’improvvisa inondazione. La piena trascinò via i tre bambini di Nārada e gli strappò dal fianco la sposa. Nārada, dopo essere svenuto, riaprì gli occhi su una vasta distesa di acqua melmosa. Poté solo piangere.
    “Figliolo!” udì dire da una voce conosciuta, che quasi gli arrestò il cuore. “Dov’è l’acqua che sei andato a prendermi? Ti ho aspettato per più di mezz’ora”.
    Nārada si voltò. Invece dell’acqua vide il deserto. Trovò il dio in piedi alle sue spalle. Le pieghe crudeli della bocca affascinante si schiusero nella soave domanda: “Comprendi ora il segreto della mia māyā?” (Zimmer, 1993).
    Un'altra tecnica di combattimento di Shaka è il Rikudo Rinne (“Girotondo dei sei mondi”). Con questo colpo, il Cavaliere della Vergine scaraventa l’avversario in uno dei sei mondi dell’aldilà: l’inferno (“un mare di fuoco, una montagna irta di punte aguzze, le grida di agonia che riecheggiano continuamente”), il mondo degli spiriti (“il tuo corpo diventerà pelle e ossa e la tua pancia sarà gonfia; cercherai il cibo per l’eternità e per la fame mangerai persino la carne dei morti”), il mondo delle bestie (“in cui vige soltanto la legge del più forte: ci si mangia e ci si uccide perché non c’è alcune legge a vietarlo”), il mondo della guerra (“il sangue scorre a fiumi e gli omicidi sono all’ordine del giorno; le guerre e le battaglie non hanno mai fine”), il mondo degli uomini (“un mondo instabile, che non appartiene né al bene né al male, dove si prova ogni genere di sentimento: gioia e rabbia, tristezza e felicità”), il mondo celeste (“il più pericoloso perché si può precipitare in qualsiasi momento nel mondo delle bestie, in quello degli spiriti o nell’inferno”). Anche i mondi descritti da Shaka appartengono alle antiche cosmologie ed escatologie buddhiste. Il Bardo Thödol (Il libro tibetano dei morti, scritto fra l’VIII e il IX sec. d.C. ma basato su dottrine di almeno una decina di secoli prima) li descrive con dovizia di particolari: sono i possibili mondi che appaiono all’anima del defunto nei sei giorni successivi alla sua morte, come possibili luoghi in cui reincarnarsi, qualora non si rifugiasse nella luce del Buddha. Il primo giorno compare una luce bianca, che rappresenta il turbamento mentale accumulato nella vita terrena: se si segue tale luce, si finisce col vagare nel mondo delle divinità per poi trasmigrare negli altri cinque generi di esistenza.
    Il secondo giorno appare una luce opaca, proveniente dall’inferno: essa è la strada lungo la quale si incontrano le macchie dell’inquinamento accumulato dalle propensioni all’ira. Provando attaccamento per tale luce, si cade nell’inferno e nella melma degli intollerabili tormenti infernali.
    Il terzo giorno compare una luce celeste che proviene dal mondo degli uomini: essa è la strada lungo la quale ci si confronta col proprio orgoglio violento; nutrendo attaccamento per tale luce, si scende nel mondo degli uomini per sperimentare di nuovo il dolore della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte.
    Il quarto giorno si manifesta la luce gialla dei lemuri, frutto della cupidigia e dell’avarizia.
    Il quinto giorno appare una luce rossa proveniente dalla sfera dei demoni, prodotta dalla gelosia del defunto. Se la si segue, si precipita nel mondo dei demoni col suo insopportabile dolore di lotte e contese .
    Il sesto giorno compare infine la luce verde e scialba delle bestie, che conduce ad una reincarnazione animale.
    Shaka padroneggia gli accessi a questi sei mondi grazie alla meditazione, nella quale usa ripetere la sacra sillaba indiana “AUM” o “OM”. Essa è il simbolo della compartecipazione di tutte le cose esistenti a un’unità originaria, è il suono primordiale della realtà senza tempo che vibra in noi sin dal passato senza inizio. È la vibrazione trascendente dell’innata legge di tutte le cose, il ritmo eterno di tutto ciò che si muove, un suono in cui la legge diventa l’espressione della perfetta libertà (Lama Govinda, 1972).
    Perfettamente consapevole della legge di tutte le cose, conscio della propria natura transitoria e tuttavia direttamente connessa alla perfezione del Tutto, Shaka, nella sua ultima battaglia, si immola sacrificandosi in difesa di Atena. Particolarmente toccanti sono le scene in cui, poco prima di esalare l’ultimo respiro, il Cavaliere della Vergine ricorda la sua infanzia, quando, benché avesse solo sei anni, sedeva in meditazione giorni interi vicino ad una statua del Buddha, fino a riuscire a dialogare con l’Illuminato, chiedendogli perché il suo paese – l’India – fosse così povero; perché ogni giorno vedesse molti cadaveri galleggiare sul Gange e molti pellegrini immergersi nelle sue acque apparentemente desiderosi della morte più che della vita; perché, in definitiva, gli uomini nascessero per vivere una vita di sofferenze culminante nella morte. “Shaka – gli risponde fra l’altro il Buddha – non esiste una vita in cui c’è solo sofferenza. Dove c’è la sofferenza c’è anche la gioia e viceversa. Non devi dimenticare che la morte non è la conclusione di tutto: tutti quelli che sono nati sulla Terra e che sono stati chiamati santi hanno superato la morte. Se tu riuscissi a illuminarti di questo, nonostante tu sia nato come un comune mortale, diverresti l’uomo più vicino a Dio”. Il senso profondo di questo discorso è l’ammaestramento secondo cui il “prendere rifugio nel Buddha” (nella sua dottrina, nella via di comportamento e pensiero da lui additata, nella meditazione) implica vincere la morte, uscire dal ciclo di rinascite del samsara, così come riportato già dai testi canonici buddhisti che ripetono direttamente gli insegnamenti orali dell’Illuminato: «Quando una donna o un uomo hanno preso rifugio nel Buddha, hanno preso rifugio nella Legge, hanno preso rifugio nell’Ordine monastico, si astengono dall’uccidere, dal rubare, dalla licenziosità, dalla menzogna, dall’ubriachezza, dal causare sofferenza; costoro risorgeranno, dopo la morte del corpo, verso un sentiero di felicità e non di dolore» (Anguttara Nikaya, vol. III, cap. IV, § ii).
    «Da chiunque, o monaci, la meditazione sia esercitata e seguitata; in lui non trova accesso la morte, in lui non penetra la morte» (Majjhimonikaya, vol. III, XII parte, IX discorso).
    Memorabile è la scena in cui Shaka, sicuro della propria immortalità spirituale, trova la morte fisica. Il Gold saint muore nel “giardino del Sharasoju”, fra due alberi di Sala, laddove la leggenda vuole che sia trapassato anche Gautama. “I fiori sono belli – riecheggia la voce del Buddha – eppure un giorno devono appassire. Qualunque cosa nel mondo è effimera e non rimane neppure un istante nel medesimo stato. Tutto è mutevole, nulla è costante: è la legge dell’impermanenza; e questo vale anche per gli esseri umani. Ogni cosa è destinata alla caducità, anche ciò che è prospero cadrà in decadenza. I fiori sbocciano, poi appassiscono; le stelle brillano, ma un giorno si spegneranno; anche per la terra, il sole, l’intera galassia, persino per il grande universo arriverà il momento di morire. La vita umana, rispetto a loro, è come un lampo di luce. Nel brevissimo attimo della sua vita, l’uomo nasce, ama, odia, ride, piange, combatte, si ferisce, gioisce e si rattrista, poi alla fine viene accolto dal sonno della morte”.
    Sono qui riassunti tre dei principali insegnamenti del buddhismo: i concetti di dukkha (termine pali traducibile con “sofferenza”), anicca (“impermanenza”) e anatta (illusorietà e non sostanzialità dell’ego e di tutte le cose esistenti).
    Dukkha significa che la vita umana è pervasa dalla sofferenza: la Nobile Verità Buddhista concernente la Sofferenza afferma che la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza, essere uniti a ciò che non sia ama è sofferenza, essere separati da ciò che si ama è sofferenza, non realizzare il proprio desiderio è sofferenza, gli elementi che costituiscono il nostro essere sono sofferenza (David-Neel, 1986).
    Nel Canone Buddhista sono riportati gli insegnamenti del Buddha secondo cui «non c’è vita senza decadimento e morte. Anche coloro i quali sono eminenti nobili, eminenti bramani, eminenti cittadini, uomini di potere, possessori di grandi ricchezze, di buona salute, di immense quantità d’oro e d’argento, anch’essi, essendo nati, non possono vivere senza sperimentare decadimento e morte» (Samyutta Nikaya, op. cit., vol. I; III, I, § 4).
    La vita non è tuttavia esclusivamente sofferenza, non coincide con essa: il termine dukkha ha un significato filosofico più profondo e un senso enormemente più ampio. Il Buddha non nega che ci sia la felicità in vita quando dice che c’è sofferenza. Al contrario, egli ammette diverse forme di felicità, materiali e spirituali, ma tutte queste felicità sono incluse nel dukkha. Anche i più puri stati spirituali sono inclusi nel dukkha: infatti essi sono impermanenti. Sono dukkha non perché c’è ‘sofferenza’ nel senso ordinario della parola, ma perché tutto ciò che è impermanente è dukkha (Rahula, 1984).
    La sofferenza consiste nell’amara presa di coscienza che ogni cosa è impermanente (anicca): il vero e ultimo criterio della sofferenza è la transitorietà; tutto ciò che è transitorio è sofferenza. Qualunque cosa si percepisca appartiene al dolore, in considerazione del fatto che le cose sono destinate a scomparire, ad essere distrutte; che il piacere in esse termina e che sono soggette, infine, al mutamento. Tutto è soggetto a questa legge di transitorietà: tutte le cose sono impermanenti, sono votate alla fine, alla distruzione (Grimm, 1994).
    Proprio perché impermanenti, le cose sono anche prive di sostanzialità (anatta): non hanno cioè una realtà sostanziale, con intrinseche qualità e caratteristiche. Tutto è composto e formato da altre cose, esiste come aggregato di costituenti in continuo cambiamento. Ciò che è composto non ha un’essenza né un’esistenza intrinseca. Una persona che attribuisca realtà alle cose è come un vuoto legato al vuoto (Buddhadāsa, 1991).
    L’impermanenza e l’insostanzialità caratterizzano anche l’ego illusorio a cui ogni uomo ostinatamente si aggrappa; in realtà, il sé non esiste, è solo un “gioco di māyā”: l’impermanenza e l’assenza di un sé sono le condizioni indispensabili alla vita. Senza impermanenza, senza mancanza di un sé, nulla potrebbe crescere ed evolversi. Se un chicco di riso non avesse la natura dell’impermanenza e del non sé, non potrebbe trasformarsi in una piantina. Se le nuvole non fossero prive di un sé e impermanenti, non potrebbero trasformarsi in pioggia. Senza natura impermanente e priva di un sé, un bambino non potrebbe diventare un adulto. La causa della sofferenza è la falsa nozione della permanenza e di un sé separato. Quindi, accettare la vita significa accettare l’impermanenza e l’assenza di un sé. Prendendo coscienza di ciò, si giunge alla comprensione che non c’è né nascita né morte, né creazione né distruzione, né uno né molti. Sono tutte false distinzioni create dall’intelletto. Penetrando nella natura vuota delle cose, le barriere mentali vengono scavalcate e ci si libera del ciclo della sofferenza (Tich Nhat Hanh, 1992).
    Libero dalla falsa illusione di un sé permanente, Shaka può sacrificarsi, nell’ultima battaglia contro Hades, indicando ad Atena la via per giungere alla vittoria. Anche la dea dovrà infatti rinunciare alle sue spoglie terrene, togliendosi volontariamente la vita, per combattere lo scontro decisivo che la vedrà opposta, nell’aldilà, ad Hades.
    L’idea di una divinità che sceglie liberamente di sacrificarsi è estremamente diffusa nell’induismo: il tema fondamentale ricorrente in tutta la mitologia indù, è la creazione del mondo mediante il sacrificio che Dio fa di se stesso – “sacrificio” nel senso originale di “rendersi sacro” – per mezzo del quale Dio diviene il mondo, che alla fine ridiventa Dio (Capra, 1982).
    Atena porta con sé nell’oltretomba una statuetta d’oro che la ritrae: essa si trasformerà nell’armatura divina che proteggerà la dea nel combattimento finale. La scelta di un simbolo quale quello della statuina aurea non è casuale: secondo gli antichi rituali induisti, in ogni sacrificio doveva essere presente una piccola statua d’oro che rappresentasse la personalità del sacrificato.
    Nell’Ade, Atena ritrova i Saints defunti che, avendo acquisito l’ottavo senso, combatteranno al suo fianco contro Hades. I Cavalieri sono dotati di un corpo spirituale che, pur simile in tutto e per tutto al corpo fisico, non ha le eventuali menomazioni di quest’ultimo (un saint che aveva perso la vista, ad esempio, torna a vedere): questo corrisponde a quanto spiegato dal Libro tibetano dei morti, secondo cui, dopo la morte, si avrà un corpo dell’aspetto di quello carnale di cui si disponeva nell’esistenza passata, dotato di tutti i sensi, perfettamente funzionanti; anche se in vita si era ciechi o sordi, nel post-mortem gli occhi – afferma il Bardo Thödol – vedranno chiaramente ogni aspetto delle cose, le orecchie udiranno i suoni e tutti i sensi saranno senza difetto, chiari e integri.
    All’ingresso dell’oltretomba, i Cavalieri sono attesi da un tribunale chiamato a giudicare i trapassati per le azioni compiute nel corso della vita. Anche in questo caso, il fumetto riprende antiche credenze buddhiste secondo cui, quando lo spirito di un defunto giunge alle porte dell’aldilà, i custodi infernali, afferrandolo per le braccia, lo presentano a Yamo, il re della morte (Majjhimonikayo, vol. III, XIII parte, X discorso) che lo giudicherà, decretando la sua reincarnazione in uno dei sei mondi possibili. Il Bardo Thödol descrive il processo con dovizia di particolari, raccontando di come il demone buono e quello cattivo che hanno accompagnato l’uomo nella vita terrena mettano, sui due piatti di una “bilancia infernale”, rispettivamente dei sassolini bianchi e neri che indicano le azioni generose e quelle egoistiche; il re della morte, prima di emettere il suo giudizio, consulta inoltre lo specchio del karma, che illumina il mondo delle apparenze e rivela l’aspetto delle azioni positive e cattive.
    Naturalmente, i Cavalieri di Atena, scesi nell’oltretomba per contrastarne il signore, Hades, sono spediti dritti all’inferno!
    E qui lo scenario cambia drasticamente: fino ad ora, Saint Seiya è stato un potenziale messaggero per il pubblico occidentale di aspetti – peraltro non semplici da cogliere – delle culture estremorientali; da questo punto in poi, il manga percorre invece il cammino inverso, presentando a lettori orientali presumibilmente scarsamente edotti in materia, un argomento estremamente specifico della cultura occidentale: la Divina Commedia di Dante, in particolare la rappresentazione dell’inferno ivi contenuta.
    La descrizione dei luoghi infernali visitati dai Saints durante le loro battaglie ricalca fedelmente la narrazione dantesca (e i miti greci e romani che ne sono alle fondamenta): dalla vana attesa degli ignavi, alla dicitura “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” che campeggia sull’ingresso dell’inferno; dal fiume Acheronte, al suo traghettatore Caronte; dal cane a tre teste Cerbero, ai diversi tipi di punizione subiti dai dannati secondo la legge del contrappasso; dal lago ghiacciato Cocito, alla Giudecca dove risiede il signore del mondo infernale.
    Ma non è solo dal punto di vista narrativo che Saint Seiya s’ispira alla Commedia dantesca, bensì anche per quanto riguarda l’aspetto grafico. Alcuni dei disegni di Kurumada ritraggono l’ambiente infernale ispirandosi apertamente alle illustrazioni eseguite da Gustave Doré.
    Gustave Doré, nato a Strasburgo il 6 gennaio 1832 e morto a Parigi il 23 gennaio 1883, fu incisore, pittore e scultore. Con le sue tavole, con cui mise in commercio il gusto per il grottesco, fu l'illustratore di libri più sfogliato nel XIX secolo. Il suo capolavoro furono le illustrazioni per la Bibbia pubblicate nel 1864. Disegnò però anche un volto a Gargantua, Capitan Fracassa, Orlando, Don Chisciotte. In pellegrinaggio per la Londra dei margini, fermò ogni tappa in 180 xilografie, venendo accusato di inventare la povertà che descriveva, ma incontrando in ogni caso un notevole successo (tra i suoi ammiratori ci fu anche Van Gogh). Accompagnò, con le sue illustrazioni, Milton nel Paradiso Perduto, Perrault nel mondo delle fiabe, oltre che, come detto, Dante all'Inferno.
    Le tavole di Kurumada che fanno da sfondo alle battaglie dei Saints nell’oltretomba “citano” le illustrazioni di Doré, da cui riprendono le espressioni dolenti dei dannati, il tragico contorcersi dei loro corpi sofferenti, il mastino a tre teste Cerbero e altri particolari.


    5. Note conclusive
    È ovvio che un semplice manga non può essere veicolo sufficiente di contenuti culturali così complessi nella loro completezza; d’altronde, perché qualsiasi opera svolga una funzione espressamente didattica, è necessario che l’autore si ponga come “autore modello” (fornisca cioè al lettore gli strumenti, i riferimenti e le coordinate indispensabili per una lettura approfondita del testo), operazione che Kurumada si guarda bene dal compiere. Tuttavia, la semplice diffusione di un fumetto come Saint Seiya, in Oriente come in Occidente, contribuisce ad un movimento transculturale che è tipico del mondo contemporaneo. Alla diffusione e allo scambio culturale concorre infatti anche la divulgazione di massa di prodotti come i fumetti.
    La propagazione di culture diverse avviene, anche attraverso media quali i fumetti, in modo lento ma continuo, similmente a quanto sostenuto dalla “teoria dell’ago ipodermico”: come un ago diffonde poco a poco il contenuto della fiala, così il nuovo messaggio pervade la società. Ciò che prima era sconosciuto comincia a diventare noto, anche se non completamente compreso, poi via via sempre più chiaro: questo vale anche per i contenuti di culture differenti da quelle autoctone, man mano che vengono importate. Queste nuove nozioni vengono progressivamente sempre più interiorizzate, soprattutto se ci sono canali come i fumetti – per tradizione, culturalmente poveri – che ne parlano e le diffondono. In fondo, come sostiene l’ipotesi dell’agenda setting, la gente tende ad includere o escludere dalle proprie conoscenze ciò che i media includono o escludono dal proprio contenuto (Tessarolo, 1991).
    C’è, infine, un ulteriore aspetto degno di nota in Saint Seiya. È un aspetto che riguarda i miti. Tutta la storia raccontata da Kurumada è pregna di riferimenti mitologici palesi, che rimandano alternativamente al pantheon greco classico o a quello induista. La struttura stessa della narrazione di Kurumada richiama la tradizione eroica tipica dei racconti mitologici, in cui l’azione era soprattutto un espediente per permettere il ricordo e la trasmissione di quanto narrato, in tempi in cui la scrittura non era ancora stata inventata: la tradizione eroica delle culture orali primitive è legata allo stile di vita agonistico, ma può essere spiegata meglio in relazione ai processi conoscitivi dell’oralità. La memoria orale opera meglio con personaggi forti le cui imprese sono monumentali, memorabili e generalmente pubbliche. Per organizzare quindi l’esperienza in una forma di memoria che possa essere ricordata a lungo, e non per ragioni romantiche o didattiche, vengono generate figure smisuratamente grandi cioè eroiche. Le personalità incolori non possono sopravvivere nel contesto della memorizzazione orale (Tessarolo, 1991).
    La possibilità di ricordare e tramandare le imprese mitologiche ha permesso la costituzione di una forma embrionale di memoria sociale, peraltro sviluppatasi appieno solo in sèguito, con la conservazione dei testi scritti: se è vero che la memoria sociale ha inizio con la conservazione dei messaggi, è altrettanto indubbio che la memoria esisteva ancor prima dell’invenzione della scrittura e gli individui ne avevano elaborata una di tipo orale.
    I contenuti di memoria che si volevano trasmettere tramite le mirabolanti narrazioni mitologiche erano a volte “esoterici”, nel senso aristotelico del termine: il racconto del mito riproponeva se stesso nel tempo, ma veicolava con sé anche un significato nascosto che veniva inconsapevolmente riprodotto con l’eco del mito, in attesa di qualcuno che fosse in grado di svelarlo e interpretarlo.
    Questa è la tesi sostenuta da Giorgio de Santillana (compianto docente di storia della scienza presso il Massachusetts Institute of Tecnology) nel suo brillante quanto, purtroppo, poco noto capolavoro di saggistica che è Il mulino di Amleto. In tale saggio si sostiene che, in qualche momento imprecisato dell’antichità, in numerosissime parti del mondo diverse e distanti tra loro, “nacque” una serie di miti (i “miti di fondazione”) destinati a trasmettere un’ingente quantità di dati tecnici riguardanti fenomeni di meccanica celeste, in primis la precessione degli equinozi, ufficialmente “scoperta” da Ipparco nel II secolo a.C., cioè diversi secoli se non millenni dopo la composizione di questi miti.
    La precessione è un particolare movimento della Terra, dovuto al fatto che l’asse di rotazione è inclinato rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica, e ruota attorno ad essa, descrivendo un cono in senso opposto al senso di rotazione del pianeta; il ciclo completo di tale movimento è di 26.000 anni. Esso fa sì che la costellazione zodiacale sulla quale si può osservare il sorgere del sole equinoziale o solstiziale vari ogni 2.160 anni.
    I “miti di fondazione”, secondo De Santillana, sono riconoscibili per la presenza di costante di tre punti cardine:
    1) un asse (un pilastro, una struttura lignea, un albero) che funge da vincastro di sostegno per il mondo, che rappresenta la perpendicolare all’eclittica, e che viene sistematicamente spostato, danneggiato, messo in pericolo a simboleggiare lo spostamento precessionale della Terra rispetto a tale asse. L’axis mundi è ravvisabile, ad esempio, nell’albero biblico della conoscenza del bene e del male; nel frassino Yggdrasil della mitologia norrena; nel monte Meru delle leggende induiste; nell’albero Bodhi sotto cui il Buddha ricevette l’Illuminazione;
    2) una catastrofe spesso di proporzioni cosmiche, legata allo spostamento dell’asse; tale catastrofe è descritta quasi sempre come un diluvio di immani proporzioni. La tradizione non ne conta uno solo, ma tre: uno è il diluvio biblico e di diluvi equivalenti si parla anche negli annali numerici e babilonesi. Ma vi sono anche storie di diluvi catastrofici che avrebbero coperto le grandi masse continentali d’Asia e d’America, raccontate da popoli che non hanno mai visto mari, laghi o grandi fiumi (de Santillana e von Dechend, 1983);
    3) un eroe, chiamato a ripristinare l’ordine universale: il Noè biblico, corrispondente al cinese Nu Wah e al vedico Manu; l’indiano Krishna; lo stesso Cristo, la cui croce eretta sul Golgota può essere letta come un riposizionamento dell’asse terrestre e quindi come metaforico ridirezionamento dell’animo umano lungo la retta via.
    Un quarto punto comune a tutti questi miti, individuato dall’archeoastronoma ed egittologa statunitense Jane Sellers, è la presenza di un codice numerico, un ristretto gruppo di numeri legati al fenomeno della precessione: il 12, numero delle costellazioni zodiacali; il 30, numero dei gradi assegnati a ciascuna costellazione lungo l’eclittica; il 36, il 72 e il 108, anni impiegati dal sole equinoziale per completare uno spostamento precessionale rispettivamente di mezzo grado, un grado, un grado e mezzo; il 2.160 e il 4.320, anni impiegati dal sole equinoziale per attraversare una e due costellazioni zodiacali (Sellers, 1992).
    Tutti questi quattro punti sono puntualmente presenti in Saint Seiya:
    1) l’asse è identificabile sia nella colonna sottomarina al cui interno Nettuno riesce a rinchiudere per un breve periodo Atena, sia nell’asse lungo il quale Hades allinea i pianeti tra la Terra e il Sole per provocare l’eclissi eterna;
    2) la catastrofe è rappresentata prima nel diluvio (cataclisma mitico per definizione) con cui Nettuno minaccia di sommergere la Terra, poi dalla “greatest eclypse” progettata da Hades;
    3) gli eroi di certo non mancano e sono i Saints che combattono per Atena, in particolare Seiya della costellazione di Pegaso che dà il titolo al manga;
    4) quanto ai numeri, i Cavalieri d’oro sono 12 come le costellazioni zodiacali; gli “spectre” (combattenti al servizio di Hades) sono 108, così come i grani del rosario buddhista di Shaka; gli anni del più anziano fra i gold saints e gli anni trascorsi dalla precedente guerra sacra combattuta da Atena sono rispettivamente 261 e 243, ossia “anagrammi” di 2.160 e 4.320 divisi per dieci.
    Questo significa che Kurumada ha scritto Saint Seiya per divulgare dati sulla precessione, allo stesso modo in cui li trasmettevano i miti di un tempo? Ne dubitiamo. D’altronde non ci è dato sapere se Kurumada conoscesse o meno l’opera di De Santillana. Ma l’impressione è che i miti siano forme di trasmissione culturale che acquistano quasi vita propria, che s’insinuano nell’animo umano come forme archetipiche, capaci di far riverberare i propri messaggi autonomamente, anche quando ridotti a significanti il cui significato è momentaneamente smarrito, dimenticato, occultato nella dimensione dell’esoterismo. Infatti, gli stessi punti focali indicati da De Santillana e dalla Sellers per riconoscere i miti precessionali sono rinvenibili anche in fiabe per bambini composte secoli e secoli dopo tali miti, ascoltando le quali è davvero difficile credere all’esistenza di un messaggio astronomico nascosto: eppure sono esempi di come i significanti abbiano tramandato se stessi svincolandosi dai significati. Peraltro, la differenza tra fiaba e mito è notevole, e riguarda l’intento più espressamente pedagogico della seconda, destinata ad un uditorio più infantile. Numerose sono tuttavia le favole nelle quali è possibile cogliere un riferimento alla precessione, e che si differenziano dai “miti di fondazione” principalmente per il carattere individuale e non universale della catastrofe; ma gli altri tre punti precedentemente elencati si trovano tutti: dagli axis mundi (torri, fusi di arcolai…), agli eroi (gli immancabili principi azzurri che ridanno equilibrio al mondo), ai codici numerici.
    È presumibile che i significanti esoterici e astronomici nascosti nei miti siano giunti fino a Saint Seiya, “imponendo” a Kurumada di ritrasmetterli, agendo come forme archetipiche inconsce che chiedono di essere espresse (il che è peraltro quanto avviene in qualsiasi opera d’arte che tende all’espressione di forze, sentimenti, pulsioni oltre-umani). D’altronde il mito ha sempre esercitato un indiscutibile fascino a livello inconscio e preconscio, e il fumetto – per le sue caratteristiche di comunicazione coinvolgente – ha un forte legame con il “mito delle culture primitive” e con gli archetipi preconsci ed inconsci, collettivi prima ancora che personali, connessi alla mitologia (Tessarolo, 1991).
    Il mito, trasmettendo significanti che aspettano di essere decodificati, dimostra di essere stato concepito anche per assolvere a scopi diversi da quello del consumo simbolico. Il mito è il veicolo di una cultura più ampia, che supera a volte l’individuo, il suo tempo, il suo sapere, che si esprime con opere d’arte che rimandano ad universi inesplorati, in un gioco di specchi che può non aver mai fine. L’artista lascia sicuramente, con le sue opere, tracce di sé e della cultura del suo tempo; ma a volte può accadere anche il contrario, e allora un tempo che sfuma nell’infinito, e un sapere che dev’essere ancora saputo, lasciano tracce di sé nell’artista, nella sua opera, nel suo presente, aspettando qualcuno che voglia intravedere i loro sottili messaggi nascosti. Ritrovandoli, a volte, anche fra le vignette di un fumetto."

    Di che opinione siete?

    Personalmente coglie molti significati ed interpretazioni, in una esposizione altrettanto ben definita dell'opera, inoltre arricchita da citazioni che calzano bene....
    Ultima modifica di BlackGemini83; 31-10-2015 alle 14:58
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    Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

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    x me Kurumada ha fumato tanto..ma tanto
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    Citazione Originariamente Scritto da aries no patty Visualizza Messaggio
    x me Kurumada ha fumato tanto..ma tanto
    Meno male che lo ha fatto!
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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Bella analisi, soprattutto la parte dedicata al buddhismo. Ho però paura che se il Kuru leggesse questo articolo si sorprenderebbe lui stesso di quanti aspetti profondi colgano coloro che leggono la sua opera. Me lo vedo tutto preso sgranare gli occhi e dire: "Davvero? Io non ci avevo mica pensato!".

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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Citazione Originariamente Scritto da arianna1978 Visualizza Messaggio
    Bella analisi, soprattutto la parte dedicata al buddhismo. Ho però paura che se il Kuru leggesse questo articolo si sorprenderebbe lui stesso di quanti aspetti profondi colgano coloro che leggono la sua opera. Me lo vedo tutto preso sgranare gli occhi e dire: "Davvero? Io non ci avevo mica pensato!".
    Secondo me, Kurumada direbbe: "Saint Seiya? È che diavolo sarebbe?!?"

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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Citazione Originariamente Scritto da Doc Esse Visualizza Messaggio
    Secondo me, Kurumada direbbe: "Saint Seiya? È che diavolo sarebbe?!?"
    ...risvegliandosi in un fatiscente albergo un pò intontito, chiedendosi inutilmente cosa cavolo avesse fatto tutta la notte, e ritrovandosi inspiegabilmente tra le mani tavole su tavole di disegni (ma li ho fatti io???), una videocassetta di un vecchio film in bianco e nero a sfondo mitologico, e tre bottiglie di sakè vuote... (cit. Una notte da leoni)

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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Citazione Originariamente Scritto da arianna1978 Visualizza Messaggio
    ...risvegliandosi in un fatiscente albergo un pò intontito, chiedendosi inutilmente cosa cavolo avesse fatto tutta la notte, e ritrovandosi inspiegabilmente tra le mani tavole su tavole di disegni (ma li ho fatti io???), una videocassetta di un vecchio film in bianco e nero a sfondo mitologico, e tre bottiglie di sakè vuote... (cit. Una notte da leoni)

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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Secondo me Kurumada, decidendo per la progettazione di Saint Seiya, ha valutato e tenuto conto non dico in maniera iper articolata, ma quantomeno basica, di tutti questi fattori e o riferimenti religiosi, culturali e storici in modo da poterne plasmare non solo la trama ma anche i personaggi...chiaramente a volte lamente sceglie quello che vuole vedere e la soggettività personale ci porta ad interpretare in maniera piú o meno accettabile e verosimile un dato contesto.....
    Questo psicologo ha una discreta conoscenza del manga ed ha colto molti punti specifici offrendo un interpretazione a mio avviso molto ben articolata, personalmente trovo magnifico l'elaborazione che fa di Shaka e del Marinas Khrisna! Tra buddhismo e induismo.....duenpersonaggi tra loro diversi ma allo stesso tempo affini......In fin dei conti mi risulta molto difficile pensare che Kurumada sia uno sprovveduto che ha tirato in ballo una storia senza essere consapevole (piú o meno) della natura stessa che ha voluto impostargli......
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    Re: Saint Seiya - L'Opera di Kurumada da un punto di vista psicologico

    Stasera finalmente ho trovato il tempo di leggere l'articolo (o meglio il saggio) sui messaggi di Kurumada e sono fondamentalmente d'accordo con l'autore. Il motivo del successo duraturo e non effimero d Saint Seiya sta nell'affascinante commistione di culti, miti e credenze d'oriente ed occidente, uniti alla veicolazione di tematiche universali quali l'amicizia, il coraggio ed il sacrificio.
    Bell'articolo, bravo dott. Napolitano e bravo a @BlackGemini83 che l'ha postato!

    p.s. facendo un po' di ricerchine ho appurato che è un bell'uomo nato nel 1970.... chissà se è anche libero?

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